“Teatro Froci”: Paone lobbysta, Cassano spalla, giornalisti e calciatori claque

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 13 Giugno 2012 15:19 | Ultimo aggiornamento: 13 Giugno 2012 15:19

Antonio Cassano (Lapresse)

ROMA – L’occasione ghiotta ai cronisti l’ha regalata la nazionale: a chi meglio che ad Antonio Cassano porre la domanda sulla, presunta, presenza di omosessuali in azzurro? Eppur la domanda era nell’aria, tanto è vero che il ct Cesare Prandelli aveva avvertito il talento barese. E lui, Fantantonio, pensava di essere preparato e di evitar polemiche con il suo: “Se ci sono froci, problemi loro”. Nella testa di Cassano questa era ed è la risposta politicamente corretta, è questa la versione diplomatica del “Cassano pensiero”.

I giornalisti non si sono lasciati sfuggire l’occasione di porre la fatidica domanda proprio al barese, consci probabilmente che la risposta sarebbe stata quasi certamente colorita e avrebbe prodotto titolo ghiotto. Un’altra domanda nasce però spontanea: ma perché mandare in conferenza stampa, prevedendo un tema così scivoloso, uno come Cassano? Non c’era bisogno di assistere al siparietto per sapere che non sarebbe stato un bello spettacolo. Cassano lo conosciamo, talento eccezionale in campo (a volte), ma uomo che spesso (quasi sempre) si rende protagonista di gesti che definir discutibili è gentile. Non a caso per lui e dal suo cognome è stato coniato un neologismo: “cassanata”. Anche del secondo quesito è probabilmente meglio non conoscere la risposta anche se le reazioni dei presenti in sala stampa possono suggerire qualcosa.

La Federazione, in serata, ha suggerito all’attaccante azzurro la precisazione da dettare all’Ansa. Anzi, più che suggerita l’ha scritta. Facile sospettare infatti che il termine “omofobia” usato nella rettifica non appartenga allo stesso vocabolario che include “froci”. Ma l’ha fatto solo a sera, mentre in sala stampa dove la Federazione era, ovviamente, presente in massa, silenzio assoluto. Anzi peggio, risatine diffuse come se Cassano avesse detto una cosa divertente. Tra molti studenti medi ci sarebbero state reazioni più composte, ma tant’è, questo è il nostro calcio e la nostra Federazione.

Male ha fatto allora Cesare Prandelli a scrivere la prefazione al libro di Alessandro Cecchi Paone, “frocio” reo confesso. Male ha fatto come Totò Di Natale ha in anticipo sui tempi spiegato alcuni mesi fa, quando disse che gli omosessuali nel calcio non devono fare outing, e non devono farlo perché troppo compromettente con i tifosi: “Temo le loro reazioni” disse. Meglio tacere dunque, e fingere. Meglio avrebbe fatto quindi anche Prandelli a non sollevare la questione con la sua prefazione: niente domanda, niente cassanata, niente polemiche.

Anche perché Cecchi Paone, scientemente, rispetto alla questione gay svolge una funzione quasi lobbystica, di propaganda. Cerca cioè di far rumore, di attirare l’attenzione e accendere i riflettori sulla questione. In termini nobili si direbbe che vuole sensibilizzare l’opinione pubblica. E come dargli torto? Se un giocatore azzurro, avvertito, non riesce a dire nulla di più delicato di “se ci sono froci problemi loro” è evidente che di sensibilizzare c’è assoluto bisogno. Nelson Mandela parlava di “ignoranza che porta al razzismo”, e la risposta di Cassano echeggia assai da vicino il classico “non sono razzista, sono loro che sono neri”.

Ma Prandelli è evidentemente un uomo dotato di qualche senso etico, e quindi la prefazione l’ha scritta, e l’ha scritta a quel libro di quel Cecchi Paone che dice di essere stato anche a letto con un calciatore azzurro, e di aver saputo da questo che in nazionale c’è almeno un altro ragazzo con lo stesso “problema”. Senza parlare poi dei metrosexual: Giovinco, Montolivo e Abate. Non “froci” per carità, ma uomini a cui piacciono “sanamente” le donne ma che hanno abitudini un po’ così: si depilano, curano il proprio corpo, non ruttano a tavola e non dicono “froci” in conferenza stampa. Peccato che i cronisti presenti a Casa Azzurri abbiano chiesto a Cassano solo degli omosessuali, se gli avessero chiesto dei “metrosexual” ci sarebbe stato certo molto più ridere. Anche se di riso amaro, come si rise per il libro “io speriamo che ma la cavo”.