Liquidazione subito: mezzo stipendio in più all’anno. Ma c’è la trappola tasse

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 30 settembre 2014 13:51 | Ultimo aggiornamento: 30 settembre 2014 13:58

ROMA –Metà della liquidazione subito in busta paga, il classico pochi, maledetti e subito. E’ cosa buona e giusta o almeno utile per il lavoratore dipendente? Da una parte mezzo stipendio in più all’anno fa comodo, molto comodo. Ad una prima e fondamentale condizione: che la mezza liquidazione in busta sia tassata con le aliquote della liquidazione tutta a fine rapporto di lavoro e non con le aliquote progressive Irpef sul reddito maturato nell’anno.

tfr

Liquidazione subito: mezzo stipendio in più all’anno. Ma c’è la trappola tasse

Seconda condizione: che il datore di lavoro che paga il mezzo stipendio in più non debba e possa dire: caro mio, non ho liquidi. Quindi aspetti, non incassi, se insisti mi mandi sul lastrico e non conviene neanche a te. Come si fa a non avere datori di lavoro, specie se piccole aziende, in queste condizioni? Assicurando loro una liquidità in arrivo praticamente a tasso zero dalla banche. Le banche hanno i soldi della Bce prestati a tasso quasi zero. Garantire che li girino alle aziende. Si può fare, ma è tutt’altro che automatico.

Terza condizione: che i soldi subito in busta, il mezzo stipendio in più all’anno non abbassino troppo quella che sarà la futura pensione integrativa. Il Tfr i previdenti oggi lo investono nella previdenza integrativa. Ma qui c’è poco da fare, non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca: o i soldi subito o la seconda pensione più robusta tra venti/ trenta anni.

Due cose ancora da ricordare, la prima fondamentale. Farsi pagare mezza liquidazione ora e subito sotto forma di mezzo stipendio in più all’anno è una facoltà, non certo un obbligo. Il lavoratore può scegliere se continuare come prima o aderire al…maledetti e subito. magari pensando nel suo caso che siano benedetti e subito.

Secondo memento: la cosa non vale per i dipendenti pubblici e non per una forma di “punizione” o “protezione”. Non vale, non si può fare perché il dipendente pubblico incassa di liquidazione l’ottanta per cento della retribuzione moltiplicata per gli anni di servizio. Condizione abbastanza di favore che però impedisce il calcolo di quale sarebbe la sua liquidazione subito in busta. Quale la retribuzione dell’ultimo anno di lavoro non si può sapere prima appunto dell’ultimo anno.

Infine, se sarà, quanto sarebbe? Prendete, se lavoratore dipendente privato, la vostra retribuzione annua, dividete per 13,5 e quella è la liquidazione (tfr trattamento fine rapporto) dell’anno in esame, Dividete a metà e sottraete la parte per il fisco. Ecco il vostro potenziale mezzo stipendio in più. Potenziale da gennaio 2015. Esempio: retribuzione lorda 2014 pari a circa 40 mila euro. Dividere per 13,5 e si arriva a circa 3.000 lordi. Dividere ancora a metà e fa 1.500 lordi. Un terzo al fisco e restano 1.000 euro netti in più.

 

Le piccole imprese sono contrarie, Confindustria rimane fredda e anche i lavoratori non sembrano fare salti di gioia. Ma l’idea di anticipare il tfr, o parte di questo, continua a solleticare la fantasia del premier Matteo Renzi che, dopo che anche Giulio Tremonti ci aveva provato e poi rinunciato, sembra convinto di voler e poter portare nelle buste paga almeno un po’ di quei soldi che altrimenti si riceverebbero solo alla fine della vita lavorativa.

Non c’è su questo punto l’animosità e l’interesse che si registra intorno al dibattito sull’articolo 18, eppure trasferire la liquidazione nella disponibilità dei lavoratori sarebbe una piccola rivoluzione. Una novità significativa che avrebbe il pregio, dal punto di vista dei lavoratori e dello Stato, di avere più soldi in tasca e quindi più denari da spendere in consumi. Cosa che evidentemente non potrebbe non far piacere ad un’economia che è, per usare un eufemismo, poco brillante.

D’altra parte però, chi quei soldi dovrebbe sborsare, cioè le aziende e soprattutto quelle medio-piccole, lamentano l’impatto economico che il “salasso” avrebbe per loro, anche ben conoscendo la disponibilità del sistema bancario italiano a fornire credito.

Senza però voler stabilire se l’inserimento del tfr in busta paga sia una cosa buona o cattiva in senso assoluto, vale la pena analizzarne alcune criticità che la riforma in questione sarebbe chiamata a risolvere, ed in primis il nodo tutt’altro che marginale della tassazione.

Il trattamento di fine rapporto gode oggi di quello che si chiama “regime di tassazione separata”. Formula che nella pratica si traduce nel fatto che tutti sul tfr pagano un’aliquota fiscale inferiore rispetto a quella pagata normalmente sul reddito. Per intendersi, un lavoratore che raggiunge l’aliquota massima di imposizione fiscale e paga quindi circa il 43% di tasse sul reddito, paga mediamente sulla liquidazione circa il 10% di meno, cioè il 35%. E la stessa differenza, più o meno marcata, si registra in tutte le fasce di reddito.

Ora, per ovviare a questo e non regalare di fatto una fetta di trattamento di fine rapporto allo Stato sotto forma di tasse in più, dovrebbe il governo mettere in campo provvedimenti ad hoc che sottraessero la nuova entrata dal “monte reddito”, cucendogli addosso una tassazione particolare, come ad esempio quella della 14esima. Si può fare, certo, ma serve la volontà.

Ma, in soldoni, di quanti soldi stiamo parlando? Assodato che il tfr corrisponde, euro più euro meno, ad una mensilità di stipendio per ogni anno di anzianità lavorativa (il conto esatto è pari alla retribuzione annua divisa per 13,5), anticipandone il 50% in busta paga il risultato sarebbe che ogni lavoratore si troverebbe nell’arco dell’anno circa mezza mensilità in più. Con un reddito di 1500 euro netti, circa 700 euro in più l’anno.

Oltre alla questione tasse esiste poi il problema sollevato dalle aziende, quelle cioè che i soldi del tfr dovrebbero sborsare. Per le grandi imprese sarebbe un costo, spiacevole certamente ma probabilmente sostenibile. Altro è il discorso per le piccole e medie imprese.

“Il Tfr – scrive Massimo Gramellini su La Stampa – è un denaro che esiste solo come promessa: nel momento in cui lo si trasformasse in moneta sonante, per pagarlo i datori di lavoro sarebbero costretti a indebitarsi”. Ad indebitarsi, aggiungiamo noi, supponendo che le banche fossero ben felici di elargire credito.

Ovviamente, né Renzi né nessun altro può imporre ai datori di lavoro di contrarre debiti con tassi elevati e a rischio di far saltare i bilanci e far fallire delle imprese, scenario in cui ci rimetterebbero tutti: imprenditori che falliscono, lavoratori che si ritrovano disoccupati e Stato che incassa meno tasse. Anche in questo caso, altrettanto ovviamente, la soluzione esisterebbe, ma non è di semplice realizzazione.

“Il premier – scrive Marco Sodano sempre sul quotidiano torinese – ha parlato di usare i soldi della Bce per garantire il credito. La liquidità garantita dalla Banca centrale europea deve andare alle imprese per definizione, un impiego del genere rispetterebbe lo spirito delle iniezioni decise dall’Eurotower. Bisognerà poi vedere, però, se il credito verrà concesso alle singole imprese, che andranno a chiedere il denaro in banca: visto com’è andata negli ultimi anni è legittimo che gli imprenditori abbiano qualche dubbio sugli strumenti che dovrebbero sconfiggere il credit crunch. Fino ad oggi hanno fallito tutti, nonostante ci abbiano provato in mezzo mondo”.

Ed a questo va aggiunto che le banche, pur ricevendo denaro da Francoforte a tassi d’interesse prossimo allo zero, quando lo reimmettono nel mercato del credito lo fanno con tassi sensibilmente più alti. E si può imporre agli imprenditori, già in difficoltà causa crisi, di contrarre debiti a tassi elevati?

Ultima questione un punto che di tecnico ha poco o nulla, ma che solleva però persino più perplessità di quelli sin qui toccati. La liquidazione, nella sua forma originaria, era un tesoretto che spettava ai lavoratori una volta giunti alla pensione, un tesoretto con cui aiutare figli o nipoti, con cui farsi il viaggio che non si è mai fatto o comunque una forma di risparmio imposto in grado di garantire almeno un aiuto per la vecchiaia. Dal 2007 poi, cioè da quando si è introdotta la possibilità di destinare parte del tfr ai fondi pensione complementari, questo tesoretto è stato dirottato verso la previdenza complementare perché era diventato evidente che le pensioni di domani, calcolate col contributivo e non più con il retributivo, non sarebbero state in grado di garantire redditi sufficienti.

Mettere ora questi denari nelle immediate disponibilità dei lavoratori, significherebbe la fine del tesoretto e della previdenza complementare. “Il lavoratore – chiosa Gramellini – incamera qualche euro da gettare nell’idrovora boccheggiante dei consumi, ma smarrisce l’idea di futuro con cui erano cresciute le generazioni precedenti. La liquidazione era un tesoretto intorno a cui coltivare speranze e progetti per il tempo a venire. Il suo sbriciolamento rischia di diventare l’ennesimo sintomo di un mondo che si sente a fine corsa e preferisce un uovo sodo oggi a una gallina di fine rapporto domani”.