Tumori, epatite…farmaci salva vita a 100mila euro. Roulette etica dei medici

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 2 ottobre 2014 13:26 | Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2014 13:26
Foto d'archivio

Foto d’archivio

ROMA – In principio fu il sofosbuvir, il miracoloso farmaco anti-epatite venduto ad oltre 50mila euro a ciclo di cure. Poi arrivarono l’aflibercept contro il tumore alla prostata e il ledipasvir o il simeprevir, anche loro contro l’epatite, e fu così che la sanità pubblica si trasformò nella roulette non più russa ma etica delle cure.

Sono le “pillole d’oro”, quelle che Big Pharma chiama “blockbuster”, cioè capaci di incassi miliardari, ma che minacciano di mettere in ginocchio i sistemi di welfare in tutto il mondo. C’era infatti una volta il welfare sanitario, quello che garantiva cure universali, a tutti e per tutti. C’era ed inevitabilmente non ci sarà più perché non ci sono i soldi per finanziarlo e soprattutto sostenerlo. E questo non per la crisi o per i cosiddetti tagli o sprechi. Non esiste e non può esistere sistema sanitario pubblico al mondo che possa pagare a milioni e milioni di cittadini-pazienti cure e farmaci da molte decine di migliaia di euro a testa.

“Anche ottenendo il prezzo minimo possibile dalle cause farmaceutiche – dice Mario Rizzetto, ordinario di gastroenterologia all’università di Torino a La Stampa – temo che verrà meno nel nostro Paese il criterio di universalità di una cura per una malattia così diffusa. Credo bisognerà fare una scelta, assicurarla almeno ai pazienti più gravi. Ma così si apre un problema etico enorme di sostenibilità del sistema sanitario nei prossimi anni: dovremmo fare i conti con medicinali che, a prezzi altrettanto altissimi, consentono magari di allungare la vita di pochi mesi, mentre nel caso del sofosbuvir si guarisce. Che cosa scegliere? E’ un discorso doloroso, ma purtroppo realistico”.

Eccola dunque la roulette etica: spetterà di fatto ai medici stabilire a chi somministrare il farmaco e di fatto a chi no. Il sofosbuvir ne è il primo esempio: andrà a carico della sanità pubblica a circa 30 mila malati, i più gravi. Ma coloro che vorrebbero accedere alla cura del sofosbuvir (il cui costo peraltro la sanità pubblica italiana è riuscita a farselo dimezzare da circa 60 a circa 30 mila euro). sono molti di più. E non è che l’inizio la definizione di una platea ristretta che verrà curata con il farmaco anti epatite, un farmaco quasi mai visto perché quasi mai un farmaco guarisce come fa questo al 90 per cento. Che si farà per le cure anti tumorali che costano 100 mila e passa euro? Si deciderà di farvi accedere un giovane prima di un anziano, un bambino prima di un adulto? Roulette etica appunto.

Questa volta però la colpa non è della crisi infinita che stiamo vivendo, ma del costo astronomico che hanno i nuovi farmaci che stanno arrivando sul mercato. Farmaci miracolosi, in grado di guarire mali oggi incurabili o quasi, o di migliorare sensibilmente la qualità della vita di chi curabile non è. Ma sono farmaci che sono troppo onerosi anche per le casse pubbliche che, per garantirli a tutti, finirebbero col ritrovarsi a secco.

“Sono prodotti dai costi insostenibili, che oscillano tra i 30 e i 100 mila euro a paziente per ciclo terapeutico”, mette in guardia il professor Gianpiero Fasola, presidente del “Cipomo”, il collegio dei primari oncologi. “Recentemente – spiega – sono arrivati medicinali, come il jeroj, potenzialmente in grado di assicurare una lungo-sopravvivenza a pazienti affetti da melanoma metastatico che avevano il destino segnato. Ma il costo, sceso dopo la trattativa condotta dall’Aifa, si aggira comunque intorno ai 75 mila euro a paziente. Per questo – raccomanda – diventa fondamentale stabilire il rapporto tra beneficio effettivo dei medicinali e il costo in modo da decidere, alla fine, cosa è sostenibile per un Paese e cosa no”.

Il nodo è, appunto, prima che economico etico. E la roulette russa delle cure è quella scelta che saranno chiamati a fare fondamentalmente i medici scegliendo chi avrà accesso alle “pillole d’oro” a spese dello Stato e chi invece no. Pagarle a tutti è, purtroppo, tecnicamente impossibile. I ricchi se le compreranno privatamente, gli altri non potranno.

Il professor Rizzetto parla del caso del sofosbuvir, che in quanto gastroenterologo lo riguarda direttamente. Ma il caso del farmaco anti-epatite C non è che il primo e per ora il più noto.

Paolo Russo su La Stampa scrive:

“Mesi di trattative e un ultimo braccio di ferro, poi è finalmente arrivato il sospirato accordo che consentirà ai malati più gravi di epatite C l’accesso al sofosbuvir, la pillola super-costosa che sradica il virus in 12-24 settimane. L’intesa tra l’azienda produttrice Gilead e l’Aifa, l’Agenzia ministeriale del farmaco, ‘consentirà di trattare il più grande numero di pazienti in Europa’, ha reso noto la stessa agenzia. Che non ha però voluto divulgare notizie sul prezzo, che dai 58mila euro di partenza a ciclo terapeutico dovrebbe essersi assestato a quasi la metà, anche se le cifre dovrebbero variare in funzione dei volumi di vendita. Il farmaco – spiega Russo – sarà garantito ai malati cronici di epatite, secondo ‘progressivi criteri di appropriatezza’, che verranno definiti da una commissione ad hoc. Nel trattamento dovrebbero rientrare comunque i malati di cirrosi, di tumore epatico, i co-infettati con Hiv e chi è in attesa di trapianto. Circa 30mila pazienti. Tutti gli altri, oltre 300mila, dovranno attendere”.