Vitalizi ko, stop fondi ed “esilio” ai mangia soldi. Ma boicottaggio in agguato

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 5 ottobre 2012 15:03 | Ultimo aggiornamento: 5 ottobre 2012 15:04
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ROMA – “Le Regioni che non introdurranno le misure previste dal decreto saranno sanzionate con un taglio fino all’80% dei trasferimenti fatta eccezione per sanità e trasporti”: clamoroso a palazzo Chigi, questa volta chi sgarra paga. È questa la vera novità contenuta nel decreto appena varato dal governo Monti per mettere un freno ai costi degli enti locali. Sergio Rizzo, sul Corriere della Sera, definisce questa misura “la prima cosa seria che vediamo”. Meno poltrone e stipendi più bassi, controllo preventivo della Corte dei Conti e ineleggibilità per gli “spreconi” e,ultima ma non ultima l’abolizione dei vitalizi, cioè gli eletti non avranno più la pensione, alta, a 50 anni e andranno in pensione come i comuni mortali.  Tutte norme buone e giuste, ma in molti casi già viste e mai recepite da chi avrebbe dovuto.

Ma, il dubbio nasce spontaneo, durerà? Il dubbio si legge, non caso nelle ultime righe degli articoli di “Stampa” e “Corriere della Sera”.  Oggi la politica e gli enti locali si sono dovuti “piegare” e accettare la novità travolti dagli scandali che li stanno investendo, ma domani, non proveranno come hanno già fatto in passato a contestare le decisione del governo centrale? Per evitare questo si dovrebbe metter di nuovo mano all’articolo V della nostra Costituzione, quello che il centrosinistra modificò 10 anni fa in modo sconsiderato.

Nel decreto licenziato ieri (4 ottobre) molte le misure che riguardano gli enti locali, la loro amministrazione e i loro fondi. Tra le novità l’introduzione del pareggio di bilancio obbligatorio per tutti; la sforbiciata di circa 600 poltrone con il taglio dei consiglieri e assessori di regioni, province e comuni che saranno ora legati a criteri di proporzionalità con la popolazione; il taglio degli stipendi degli eletti, ora molto diversi tra loro, che dovranno uniformarsi al livello dei più bassi di oggi, circa 5000 euro e senza la “tripla” alla Fioroni; il taglio dei contributi ai gruppi consiliari e l’obbligo di pubblicare su internet come i soldi vengono spesi; il divieto di cumulare indennità e l’abolizione dei monogruppi; l’introduzione dell’incandidabilità per dieci anni per quegli amministratori responsabili di dissesti finanziari e, infine, la vigilanza preventiva della Corte dei Conti che insieme a Guardia di Finanza e Ragioneria dello Stato passerà al vaglio, ogni 6 mesi, i bilanci dei vari enti locali.

Alcune di queste misure, come il controllo semestrale dei conti, sono delle novità ma altre, molte, come il taglio delle poltrone e l’ineleggibilità degli “spreconi”, sono misure già viste, varate dal governo Berlusconi e parte del federalismo. Misure che però, sino ad oggi, erano rimaste lettera morta. Inascoltate perché non erano previste sanzioni per chi a quelle norme non si fosse adeguato, e infatti quasi nessuno lo aveva fatto, e perché gli amministratori locali di vario livello e colore alle “ingerenze” romane hanno spesso fatto la guerra a colpi di carta bollata. Rivolgendosi cioè alla Corte Costituzionale per far valere il loro diritto a decidere in casa loro sostenendo che tagli ed emolumenti non sono materia di competenza dello Stato centrale. E sino ad oggi hanno avuto ragione perché la legge era ed è dalla loro.

Non che si siano mai fatti pubblicità i vari governatori quando i tagli chiesti da Roma contestavano. Ma in questi giorni è accaduto qualcosa per certi versi incredibile: non hanno nemmeno protestato, governatori e sindaci, contro la maxi sanzione prevista per chi le nuove norme non recepirà. Non lo hanno fatto non perché improvvisamente redenti e consci di un bisogno di cambiamento. Non lo hanno fatto perché le gesta dei vari Fiorito d’Italia hanno messo l’amministrazione locale nell’angolo. Non è certo questo il momento per gli enti locali di alzar la voce ma è anzi il momento di tacere e accettare di buon grado le misure imposte. Durerà questa calma quando i tecnici lasceranno il posto alla politica e quando i venti di tempesta e di scandalo si saranno calmati? Speriamo di sì, ma non è una certezza. E non lo è perché esiste un problema a monte, ed è il titolo V della Costituzione.

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Modificato nel 2001 dall’allora governo di centrosinistra, il titolo V della Costituzione riguarda le funzioni e le competenze delle Province e degli Enti Locali. La modifica di dieci anni fa allargò a dismisura questa competenze concedendo, di fatto, alle Regioni e agli altri Enti Locali un enorme potere senza quasi nessun controllo.

Molti tentativi di correzione da allora si sono scontrati contro la Corte Costituzionale che, chiamata in causa dalla amministrazioni locali che non volevano che questo stato di cose cambiasse, ha dovuto dar ragione ai vari Enti Locali che la interpellavano. Bene quindi le misure varate ieri, e ancor meglio il tacito patto per cui nessuno dovrebbe ora far ricorso contro queste norme. Ma chi può garantire che questa pax tra istituzioni, figlia degli scandali più che del buon senso, durerà? In realtà nessuno. Almeno sino a che non si deciderà di tornare a mettere mano a quel titolo V improvvidamente modificato, restituendo allo Stato il potere che gli spetta.