Allah, in suo nome sparare in faccia ad afgano con in braccio figlio neonato

di Lucio Fero
Pubblicato il 19 dicembre 2018 9:58 | Ultimo aggiornamento: 19 dicembre 2018 9:58
Allah, ancora in suo nome sparare in faccia ad afgano con in braccio figlio neonato

Allah, in suo nome sparare in faccia ad afgano con in braccio figlio neonato (nella foto Ansa, il killer di Strasburgo)

ROMA – Allah, tra i dieci comandamenti del cattolicesimo c’è quello che comanda appunto di non nominare il nome di dio invano. E’ un monito, spesso ignorato e spessissimo se non sempre incompreso, a non immischiare la divinità nei fatti degli umani. Un monito a non comportarsi e pensare come se la divinità possa o debba schierarsi con noi, partecipare e tifare nella partita della nostra vita.

Ma il non nominare il nome di dio invano è negletto e travolto ogni giorno, ogni dove. Il calciatore che entra in campo si segna come da religione invocando l’assistenza divina a se stesso e ai suoi colori. Ogni esercito quando combatte ha i suoi ministri del culto che rassicurano, invariabilmente rassicurano che dio è con noi. Una malattia, un litigio, un contrasto, una speranza, un esame, un amore…Quasi invariabilmente chiamiamo in gran massa in causa dio o i suoi aiutanti ad aiutarci. E’ un peccato logico ed anche teologico quello di fare di dio il nostro motivatore, allenatore, trainer, assicuratore, vendicatore, stratega e condottiero. E anche facilitatore, amico e collega. Ma è un peccato che commettiamo quasi tutti, commettono quasi tutti quelli che in un dio credono.

Non nominare il nome di dio invano…chissà se hanno qualche precetto del genere anche le altre religioni, anche l’Islam. E’ probabile di sì, in qualche forma ogni culto deve avere cura e rispetto della sua divinità. La gran parte dei musulmani non invoca e non chiama certo in causa Allah per uccidere, per benedire le uccisioni di altri umani. Ma qualcuno lo fa, uccide in nome di Allah, pronunciando Allah è grande come sue ultime pubbliche parole.

E’ la guerra santa contro l’infedele, la guerra che una parte minoritaria ma non certo piccola dell’Islam combatte contro l’Occidente, la modernità, la scienza, l’uomo bianco e contro la donna di ogni etnia. La guerra di una cultura intollerante e sessuofoba, la guerra per restaurare il Califfato dove religione e legge sono la stessa inscindibile cosa. In nome di questa guerra e di un presunto dio sanguinario una parte dell’islam uccide con i suoi soldati.

Anche e soprattutto per le strade e nelle città d’Europa. Uccide questo Islam nel nome di Allah, uccide indiscriminatamente. Ma con un ideal tipo di bersaglio in testa per la sua voglia omicida. Antonio Megalizzi era quel bersaglio perfetto: giovane, vita giovane da stroncare, bianco, occidentale. E, anche se il suo boia non lo sapeva, un occidentale democratico che credeva entusiasta nei valori dell’Occidente. Per nulla sovranista, per nulla amante di muri a dividere etnie e nazioni. Megalizzi era questo e l’uomo che in nome di un Islam feroce e oscurantista lo uccide sparandogli in strada alla nuca coglie senza saperlo il suo bersaglio. Rispetto al suo boia Megalizzi è un infedele.

Ma che uomo è, perfino che boia è uno che negli stessi minuti in cui sparge il sangue di Micalizzi, nelle stesse strade spara in faccia ad un afgano con in braccio il figlio di pochi mesi? Un afgano, riconoscibile come tale dai suoi abiti. Un padre che ha in braccio un neonato. E gli spara in faccia dicendo Allah è grande. Allah dio dell’Islam e ogni altra divinità di ogni religione se ci sono non si mischiano alle cose umane. Ma, se ci sono, questa volta devono aver provato un brivido. Di imbarazzo se non di vergogna. Imbarazzo per aver consentito, sia pure alla lontanissima, l’esistenza su questa terra di un così infame umano boia di umani.