America spaventa Borse europee. Produzione industriale batte Quantitative Easing

di Vincenzo Longo
Pubblicato il 15 Maggio 2015 20:39 | Ultimo aggiornamento: 15 Maggio 2015 20:39
America spaventa Borse europee. Produzione industriale batte Quantitative Easing

America spaventa Borse europee. Produzione industriale batte Quantitative Easing

ROMA – Vincenzo Longo ha scritto su Uomini & Business un articolo intitolato “L’America spaventa le Borse“. Longo sostiene che il calo dei listini del Vecchio Continente sia stato causato dai numeri che arrivavano da Oltreoceano. Numeri che hanno contrastato con le previsioni ottimistiche scaturite dal Quantitative Easing della Bce. BlitzQuotidiano vi propone il testo completo dell’articolo:

Chiudono in calo gli indici europei in una seduta che si è animata solo dopo i dati statunitensi di questo pomeriggio. La mattinata era trascorsa abbastanza tranquilla, con gli operatori che continuavano a dare seguito agli acquisti in scia alle dichiarazioni di ieri di Mario Draghi. Il numero uno della Bce ha sostenuto come sia prematuro parlare di modifiche al piano di Quantitative Easing, dato che è appena iniziato.

Nel pomeriggio, però, i dati arrivati dagli Stati Uniti hanno alimentato nuovi timori su una debolezza prolungata della prima economia del mondo, dopo la frenata accusata nel primo trimestre. La produzione industriale di aprile è scesa per il quinto mese consecutivo (-0,3% m/m). Sebbene il dato tendenziale abbia registrato un +1,9%, in realtà si tratta del valore più basso da luglio 2013. Male anche la capacità di utilizzo degli impianti, che ad aprile si è attestata al 78,2%, il livello minimo da gennaio 2014, quando le pesanti nevicate avevano rallentato la produzione nel Nord Est del Paese. Le imprese statunitensi stanno rallentando la produzione e questo è un segnale di sfiducia per il mercato. Delusione è arrivata anche dall’indice manifatturiero della Fed di New York (Empire State Manufacturing) salito a 3,09 punti contro le attese fissate a 5 punti. Infine, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la fiducia dei consumatori redatta dall’Università del Michigan, la cui stima preliminare è scesa a 88,6 punti contro i 95,9 di aprile. Si tratta del valore più basso da ottobre scorso, elemento che crea dubbi sulla ripresa dei consumi negli Stati Uniti.

Nonostante tutto Wall Street non si scompone, con i principali indici che proseguono in timido calo. In realtà sono proprio questi dati deboli ad alimentare i nuovi acquisti in borsa, attraverso un duplice effetto sul mercato:

uno diretto, dovuto all’aspettativa crescente di uno slittamento del rialzo dei tassi di interesse da parte della Fed. In questo momento i future sui Fed Fund prezzano un rialzo dei tassi solo a dicembre;
uno indiretto, che si trasmette attraverso i mercati valutari. I dati deboli portano a delle vendite sul dollaro (non solo per effetto di un ritardo di rialzo dei tassi di interesse), elemento questo che alimenta l’attesa di una ripresa dell’export dopo il crollo degli ultimi mesi. Gli investitori pertanto scontano l’aspettativa di maggiori utili futuri per le aziende americane.
Proprio quest’ultimo punto sta creando scompiglio, però, da questa parte dell’oceano. Continua a essere verificata infatti la correlazione negativa tra il cambio Eur/Usd e le borse europee. Questo pomeriggio il cross ha aggiornato i nuovi massimi da febbraio scorso, arrivando sino al test di 1,1450, mentre in le piazze finanziarie europee toccavano i minimi di seduta. Le aspettative sul cambio rimangono rialziste, proprio alla luce della debolezza dell’economia Usa e del graduale miglioramento di quella della zona euro. Questo dovrebbe continuare a portare un po’ di volatilità sugli indici del Vecchio Continente nelle prossime settimane.

Determinanti saranno i prossimi dati macro statunitensi. La prossima settimana avremo in agende le figure sul comparto immobiliare, l’inflazione e le minute del FOMC, mentre in Europa gli investitori si concentreranno sugli indici di fiducia tedeschi, ZEW e IFO.