Amicizia. Chi è un amico? Cesare Lanza: I miei 2 amici più cari sono…

di Cesare Lanza
Pubblicato il 22 luglio 2015 7:52 | Ultimo aggiornamento: 22 luglio 2015 7:57
Amicizia. Chi è un amico? Cesare Lanza: I miei 2 amici più cari sono...

Cesare Lanza. Un libro sulla amicizia

ROMA . Cesare Lanza ha pubblicato questo articolo anche sul suo blog. L’articolo è dedicato a due amici di gioventù, primo ideale capitolo di un libro sull’amicizia, Cicerone tradotto da Herbert Pagani.

Sono stato a cena, da Checco il Carrettiere, a Roma, con due miei amici di sempre: l’insigne avvocato di Genova Andrea D’Angelo (era con suo figlio Antonino), professore universitario, tra i maggiori conoscitori e studiosi di Proust, lo considero un regalo – immeritato – che il destino ha voluto concedermi, nella mia disordinata vita; e Marco Benedetto, ex amministratore delegato del Gruppo L’Espresso-La Repubblica: con lui ho avuto un rapporto complesso e articolato, con entusiasmi e deludenti episodi. Cosa dire? Andrea rappresenta una certezza assoluta, Marco è un punto interrogativo, sia pure con una linea di affetto fraterno, costante. Andrea è esattamente l’amico che mi ha aiutato a rialzarmi, quando gli altri neanche si erano accorti che ero caduto. (E, aggiungo all’aforisma dell’anonimo, qualcuno, se se n’era accorto, ha voltato lo sguardo da un’altra parte). Conosco Marco da quando avevamo smesso da poco i pantaloni corti, non eravamo giornalisti, ma semplici “abusivi”, come si diceva allora (inizio anni Sessanta). Era più giovane di me, e di intelligenza superiore alla mia e a quella di tutti i suoi coetanei. Quelli della mia età – parlo dei principianti in giornalismo – e io sognavamo una carriera fatta di questi passi: 1. Essere regolarizzati e assunti come praticanti. 2. Diventare capo/servizio. 3. Diventare, secondo le attitudini, capi della redazione, o inviati speciali. 4. Nessuno lo diceva, ma tutti, o quasi, a vent’anni sognavamo anche quella parola magica, poter diventare, un giorno, “direttore”. Marco, no. Col suo cervellino, andava oltre. Aveva capito che un giornale non è fatto solo di contenuti giornalistici, cronache, opinioni, fotografie, ma anche di amministrazione, bilanci, tipografia per la composizione degli articoli e la stampa, scelta della carta, diffusione, pubblicità, promozione… A noi, giovanotti di vent’anni, di queste altre componenti non ce ne poteva fregare di meno. Scoprimmo a poco a poco ciò che a Marco era chiaro, da subito. Noi inseguivamo la firma in prima pagina, lui andò a Londra per imparare l’inglese a perfezione, poi a New York, per studiare come si faccia un giornale, tenendo conto di tutte le sue componenti. Risultato? Non posso lamentarmi: arrivai presto a incarichi importanti e addirittura alla direzione di alcuni giornali. I miei riferimenti furono innanzitutto due maestri, Antonio Ghirelli (un padre) e Piero Ottone, che mi svezzarono, valorizzarono e lanciarono, ma anche leggendari personaggi, come Gaetano Afeltra, Indro Montanelli, Gino Palumbo (diventai imprevedibilmente direttore del Corriere d’Informazione, prendendone il posto), Franco Di Bella, Arrigo Benedetti, Enzo Biagi. Oggi, a mio modesto e convinto parere, un giornalista classificabile all’altezza di quel carisma è stato Eugenio Scalfari. Per la mia generazione, solo Giuliano Ferrara e Vittorio Feltri. E forse anche, ma un po’ meno arditi, meno spregiudicati, meno autorevoli Ferruccio de Bortoli, Ezio Mauro, Paolo Mieli. E Marco? Sembrava che avesse, all’inizio, bisogno di un tutor: prima un pressoché ignoto visionario dell’Ansa di Genova, Gaetano Fusaroli, poi Giovanni Giovannini a La Stampa, infine Carlo Caracciolo a La Repubblica/L’Espresso. Ma quando ebbe pieni poteri, o quasi, Marco dimostrò di aver acquisito esperienze e autorevolezza sufficienti per navigare, benissimo, da solo. In cuor suo, ma mai me lo ha confermato, è rimasto il desiderio di fare il giornalista, oltre che il manager: perciò ha fondato “Blitz”, un portale che funziona sul web, dopo essere uscito dalla corazzata di Carlo De Benedetti, e non disdegna di scrivere e proporre articolesse documentate, intriganti, controcorrente. MA COS’E’, ALLA FINE, L’AMICIZIA? PROVERO’ A SCRIVERE UN LIBRO, PER CAPIRLO. Marco e Andrea erano compagni di scuola, a Genova. Subito dopo il liceo, io entrai in amicizia con Marco, che qualche dopo mi presentò Andrea e la sua famiglia. I rapporti di amicizia fra noi tre furono immediati e incantevoli. Di questo scriverò in un libro, dedicato soprattutto ad Andrea, che dell’amicizia è un simbolo perfetto. (Tra parentesi, per nevrosi, depressione, curiosità, ma forse soprattutto per paura che il tempo non me lo consenta, sto scrivendo dieci libri contemporaneamente: mi diverte saltare da un argomento all’altro. Conoscete qualcuno più pazzo di me?). Da “Checco er Carrettiere”, come sempre, la conversazione è stata brillante, affettuosa, antiretorica e anche spigolosa. Eravamo in disaccordo su tutto, a cominciare dalle valutazioni sul governo di Renzi. Ho detto casualmente che sto scrivendo questo libro sull’amicizia e altrettanto casualmente, mi è sembrato, ecco lo scoop: Marco, come se fosse una cosa banale, ha detto che sta scrivendo la storia della sua vita, senza fretta e senza assilli, ma già cento pagine. È qualcosa che gli avrò consigliato almeno dieci volte, negli anni passati. Perché sarebbe o potrebbe essere terapeutico, una liberazione, la ricerca profonda di un’identità. A patto che sia scritto con assoluta libertà di mente. Perché Marco, e suppongo che ne abbia tratto qualche infelicità, è tra gli uomini più riservati, prudenti, attenti (con strepitose contraddizioni e fissazioni) che abbia conosciuto. E come pochi ha conosciuto il mondo dell’editoria, e i Palazzi che attorno vi sono stati edificati, fortificati o distrutti. “Una biografia dovrebbe essere scritta da un acerrimo nemico”, ha scritto Arthur James Balfour. Se avesse ragione, come si potrebbe chiedere a Marco di essere un amico acerrimo di se stesso? A parte Marco Benedetto, a chi si potrebbe chiedere un tale crudele masochismo? Aspetto il libro con curiosità. Se Marco scriverà tutto ciò che sa, ma soprattutto ciò che pensa veramente, se non di sé almeno degli altri, nella profondità della sua anima imperscrutabile, ci sarà molto, moltissimo chiasso. Se, se, se. Oportet ut scandala eveniant.