Avvocato, addio. Da Bersani a Orlando de profundis per ‎una professione

di‎ Antonio Buttazzo
Pubblicato il 1 marzo 2018 6:45 | Ultimo aggiornamento: 1 marzo 2018 0:49
avvocato addio

Avvocato, addio. Da Bersani a Orlando de profundis per ‎una professione

La legge 124/2017 ha intonato definitivamente il de profundis della classe forense. Com’è è noto, in uno dei tanti impeti “liberistici” di questo governo, è stato varata la cosiddetta “legge annuale sul mercato e la concorrenza”. Tra le altre cose la legge ha previsto la possibilità che nelle compagini legali entrino “soci di capitale”, ovvero che gli studi legali si avvalgano dell’apporto di capitali forniti da soggetti non appartenenti alla classe forense.

Da qualche giorno circola sui social network la proposta (non saprei come altro chiamarla) da parte di uno studio legale, di entrare a far parte di quella struttura mediante l’apporto di capitali finalizzati all’apertura di un grande studio (?) polifunzionale nel centro di Roma.

Peraltro l’investimento richiesto è piuttosto importante, oltre il milione di euro. Ciò che tuttavia colpisce sono le tipologie di attività che, nell’ambito della struttura, verranno ad essere svolte. A fianco delle tradizionali attività di consulenza legale in materia penale e civile, lo studio si propone di inserire al proprio interno figure professionali quali, dietologi, nutrizionisti, esperti di bon ton, galateo, dress code e norme comportamentali. Che mi pare poco abbiano a che spartire con l’attività forense.

Del resto la legge Bersani del 2007 sulla liberalizzazione dei settori produttivi, aveva segnato la via, aprendo la strada alle “società tra professionisti” ed eliminando i divieti di forme di pubblicità delle attività legali.

Con ciò introducendo elementi di estraneità alla tradizionale attività forense in Italia. Il modello imitato è quello americano (neanche quello inglese), un modello ispirato alla sola logica del profitto. Il fine era, ed è, quella di far scomparire le medie attività professionali, quelle per intenderci formate da 2/3 avvocati che da secoli hanno rappresentato l’ossatura della nostra tradizione forense.

Questi avvocati saranno destinati per mille motivi -economici soprattutto, difficile fare concorrenza a grandi gruppi finanziari- ad essere fagocitati nelle grandi Law Firm, italiane e spesso estere dove, salvo sporadiche eccezioni, finiranno per essere degli impiegati, snaturando la natura stessa della professione forense.

Una sorta di proletarizzazione o al massimo “impiegatizzazione” della avvocatura. Tuttavia il problema più serio che si è venuto a creare con la legge 124/17 è dovuto alla figura del socio di capitali. Anzitutto perché non sarà necessariamente un avvocato e non avrà dunque gli obblighi dentoligici di quest’ultimo. Inoltre, la finalità che persegue chi investe danaro nell’attività forense, non coinciderà certo con quella propria dell’avvocatura che prescinde dal mero profitto, proprio perché la classe forense è parte di un sistema giudiziario che attribuisce al singolo avvocato il ruolo di garante dei diritti e della legalità prescindendo dalla mera finalità di lucro.

Da ultimo, non può non destare preoccupazione il fatto che il socio di capitali può essere occulto, ovvero nessuno può sapere con esattezza chi investe danaro (ed a quale scopo) in una attività delicata come quella forense. Per cui farà anche sorridere trovare l’estetista in uno studio legale, ma fino a quando non saranno chiari i limiti delle partecipazioni di capitali privati negli studi legali, c’è poco da stare allegri.

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