Coronavirus e giustizia, nel processo di Bonafede vince sempre il Pm

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 21 Aprile 2020 17:07 | Ultimo aggiornamento: 21 Aprile 2020 17:07
Bonafede, Ansa

Coronavirus e giustizia, nel processo di Bonafede vince sempre il Pm (foto Ansa)

ROMA – Coronavirus e giustizia, fine delle illusioni.

Qualcuno ancora pensa che la smaterializzazione del processo penale sia una proposta favorita dalla emergenza Covid19.

Ma se ciò fosse vero, l’ineffabile ministro della Giustizia Bonafede non avrebbe inserito tra gli emendamenti al decreto “cura Italia” certe norme.

Norme che sostanzialmente avrebbero introdotto stabilmente il processo da remoto nel nostro Ordinamento.

Difficile pensare che la cosa non risponda ad un più ampio disegno.

Obiettivo: marginalizzare la difesa nel processo penale.

Agli avvocati è inibita qualsiasi possibilità di interlocuzione telematica con gli uffici giudiziari.

Impossibile è depositare un atto via pec o avere accesso ad un fascicolo processuale.

Invece, il momento topico del processo lo si vorrebbe virtualizzato.

Le parti processuali ridotte ad una effige su di un monitor.

L’imputato, se detenuto, relegato nell’angolino di un ufficio matricola di un penitenziario di fronte ad un personal computer.

Senza poter comparire fisicamente davanti al suo Giudice.

Senza potersi consultare con il difensore durante il processo.

Chiunque, anche casualmente, abbia messo piede in un Tribunale, non ha potuto non percepire l’importanza della fisicità nel processo penale.

La “pratica rerum criminalorum” è storicamente segnata dalla presenza attiva delle parti.

Essa è stata sempre regolata da forme solenni.

Gli attori processuali indossano una toga.

Si alzano in piedi quando entrano i giudicanti.

I testi presta(va)no giuramento con formule gravi.

L’agora’ destinato ai giudizi si è andato trasformando.

E via via i palazzi più belli delle città sono stati destinati ad accogliere il rito sacro del giudizio dell’Uomo su di un altro Uomo.

Il dibattimento pubblico è divenuto garanzia.

La vivida dialettica processuale assicura una formazione della prova che il Giudice dovrà valutare per poter giudicare.

I luoghi del processo hanno una loro indispensabile semeiotica.

Resta da chiedersi se la invocata “riforma” sia perseguita in ossequio ad una mal intesa esigenza di razionalizzare economicamente le scarse risorse economiche.

O se c’è dell’altro.

Nel primo caso, basterebbe evidenziare che le ragioni dell’Amministrazione non possono prevalere su quelle della Giurisdizione.

Se invece, la smaterializzazione del processo è parte di un progetto più articolato.

Progetto per mezzo del quale il ruolo della Difesa viene ridimensionato.

Perché le ragioni dell’Accusa assurgano a Verità senza l’inutile impiccio di un effettivo processo, allora c’è da preoccuparsi.

I padrini ideologici che ispirano il Ministro della Giustizia ed i recenti interventi sul processo, lasciano sospettare che non è proprio una questione di soldi.