Cubani di Miami: il peggio dei Nordamericani e i Sudamericani messi insieme

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 30 Luglio 2019 7:06 | Ultimo aggiornamento: 30 Luglio 2019 9:57
Cubani di Miami: il peggio dei Nordamericani e i Sudamericani messi insieme

In una foto d’archivio cubani in festa a Miami per la morte di Fidel Castro

MIAMI – Decisamente, sono poco simpatici i cubani di Miami.
Arroganti come i Nordamericani all’estero e chiassosi come i Sudamericani in patria, riescono a far convivere il peggio delle due culture.
Con le tasche piene di dollari, i loro collari e i denti d’oro, li individui subito perché insofferenti alle regole della “Isla”, invero piuttosto cervellotiche.
“Cuba libre”, come è noto, è un cocktail.
Peraltro piuttosto insignificante, una “mescla” di coca cola e pessimo Ron (quello buono lo si gusta liscio), che “los cantineros” a Cuba allungano con tanta acqua.
Ma a Miami è anche un modo per indicare la Cuba “antes del triunfo della revolucion”.
In calle ocho, a Miami, ricordo che i ristoranti offrivano un menù, chiamato appunto Cuba Libre, ispirato ai manicaretti che si preparavano sulla “isla” prima dell’avvento Castrista.
Per cosa questa cucina si differenziasse non è dato capire, visto che sempre pollo, palomillo, o congri’ ti propinavano, facendotelo pagare il doppio che a l’Habana.
I cubani residenti a Miami sono sempre arrivati sull’ “isla”, perché sono sempre esistiti i “voli fantasma” che collegavano diverse città della Florida a Cuba.
Voli etnici li chiamavano, che potevano utilizzare solo i cubani della diaspora, “ida, y vuelta nel paraiso norteamericano”.
Non è stato sempre così.
A Miami, molti cubani sono andati anche in barca.
Nel 1980 qualche centinaio di cubani si rifugiarono nella ambasciata del Perù col fermo proposito di non uscirne prima di avere ottenuto asilo politico.
La crisi diplomatica che ne è seguita fu detta di “Mariel”, dal nome del porto da cui poi si imbarcarono per Miami.
In 150.000
Accadde che “los Hermanos del rescate”, una organizzazione anticastrista protagonista di vari attentati terroristici ai danni di Cuba, cavalcò la protesta, chiedendo l’espatrio immediato dei cubani rivoltosi contro il socialismo tropicale di Fidel.
El Comandante, dopo qualche giorno di trattative, inutili perché aveva già deciso cosa fare, raccolse quelle decine di cubani sulle spiagge di Mariel.
Ad essi aggiunse qualche scrittore e qualche professore universitario anticomunista.
Poi inviò sulla costa marielita anche alcuni suoi ex amici.
Infine, aprì le porte delle patrie galere e dei manicomi, facendo confluire a Mariel ex detenuti e pazzoidi.
Da lì partirono gli esodati, conosciuti come “los marielitos”, verso il limite delle acque territoriali americane, a bordo di barche del Governo Cubano.
Ad attenderli al trasbordo in pieno oceano atlantico, c’erano sontuosi yacht e qualche naviglio noleggiato all’uopo dalle organizzazioni anticastriste della Florida.
E possiamo immaginare l’espressione dei buoni borghesi cubano-americani convinti di tirar su quieti medici e professori in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato politico per poi trovarsi a bordo la comune canaglia, subito affiliata alla mafia cubana di Miami.
Oggi la loro progenie è piuttosto seccata di dover pagare lauti affitti per alloggiare nelle lussuose ville di Miramar, magari appartenute alle loro famiglie.
Amici avvocati cubani mi dicono che stanno studiando le ipotesi di azioni di reintegro delle proprietà confiscate da Fidel Castro.
Quando verrà il tempo.
È già accaduto a Praha, Bucharest, Mosca, Berlino Est.
La contro rivoluzione, come la rivoluzione, passa spesso per gli studi legali.
Nel frattempo, a “los cubanos del rescate”, non resta che imprecare (ad alta voce) contro la dipendente dell’hotel che ha avuto l’ardire di chiedere cortesemente di poter registrare i loro documenti d’identità.
Pensavano che a godere di questo “ privilegio” , fosse solo la graziosa “chica” cubana che li accompagnava.
Che mi è parsa piuttosto triste mentre li raggiungeva in piscina.