Decreti sicurezza, il do ut des Salvini-Di Maio condiziona il Governo Conte

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 19 Giugno 2020 19:07 | Ultimo aggiornamento: 19 Giugno 2020 19:07
Decreti sicurezza, il do ut des Salvini-Di Maio condiziona il Governo Conte (nella foto)

Decreti sicurezza, il do ut des Salvini-Di Maio condiziona il Governo Conte (nella foto)

I Decreti Sicurezza voluti da Salvini sono il legame ambiguo che ancora esiste tra Lega e 5stelle. Il vertice di maggioranza rinviato a data da destinarsi.

Si era riunito per discutere della riforma di quei provvedimenti. Vito Crimi, vice ministro degli Interni nonché coordinatore dei 5stelle, ha ritenuto inopportuno “acuire le tensioni sociali post covid” (sic!).

In realtà, buona parte della componente “gialla” del Governo è fermamente contraria alla modifica di quei decreti. Figuriamoci alla loro abrogazione. Quei provvedimenti li hanno voluti e votati.

Era necessario per poter rincorrere l’alleato leghista. Che intanto mieteva favori cavalcando il sentimento anti-stranieri, trascinando nella deriva populista l’intero Governo Conte 1. Mentre Di Maio si baloccava tra raiders e pizzaioli incazzati in vertenze irresolubili.

Vuoi per scarsa sensibilità sul tema, vuoi per partecipare al banchetto dei consensi approntato da Salvini sulla pelle dei migranti, la linea dei grillini in materia di immigrazione è sempre stata quanto meno oscura.

Lo scambio fra Lega e M5s: reddito per sicurezza

Salvini ha agevolato l’approvazione della legge sul reddito di cittadinanza, provvedimento bandiera dei 5stelle ma inviso ai ceti di riferimento della Lega. A condizione che Di Maio favorisse l’introduzione dei decreti sicurezza. Che invece sono la “summa ideologica” di Salvini e dell’autoritarismo populista su cui ha costruito la sua fortuna politica.

L’anno di Governo giallo-verde, lo si ricorda solo per questo paio di provvedimenti-simbolo dei due partners di Governo, oltre che per la parziale abolizione della Legge Fornero.

Abbiamo registrato il prevedibile flop del reddito di cittadinanza, che ha toccato lo zenit con il pasticcio dei navigator.

Ma ciò che è sfuggito ai più è la sostanziale disapplicazione -per i limiti giuridici dei provvedimenti stessi- dei decreti voluti da Salvini.

Essi si sono dovuti anzitutto scontrare con i rilievi del Quirinale, che ha stigmatizzato l’irragionevolezza di quelle norme.

Poi, affrontato il vaglio giurisdizionale, hanno pagato lo scotto dello scarso pregio giuridico con cui erano stati confezionati. Soprattutto con riferimento alle norme riguardanti il riconoscimento della protezione internazionale ed umanitaria. Che, nelle intenzioni del legislatore penta-leghista, doveva essere praticamente esclusa, a coronamento di quel proposito politico. Teso a vanificare obblighi politico-costituzionali e la stessa natura cogente del diritto internazionale cui l’Italia, ai sensi dell’art.10 della Costituzione, deve uniformarsi.

Una sentenza della Cassazione

È accaduto infatti che la Corte di Cassazione a Sezioni Unite (quindi pronuncia della massima autorevolezza), con la sentenza 29470/19, abbia dichiarato irretroattive e quindi inefficaci le norme limitative al diritto alla protezione umanitaria.

Quelle stesse norme che avevano trasformato, da mattina a sera, decine di migliaia di richiedenti protezione, identificati e censiti, in clandestini assoluti, con tutti i rischi (anche di ordine pubblico) connessi a tale status.

Sul tavolo di quella riunione rinviata, c’erano le proposte di modifica dei decreti del Ministro Lamorgese, tese quanto meno a limitare i danni derivati dalla pochezza giuridica dei decreti.

Si trattava almeno di prendere atto dei rilievi del Colle, quale l’abnormità delle sanzioni pecuniarie per gli armatori delle navi ONG e delle confische dei navigli. Di quelli della Cassazione già dette in materia di protezione umanitaria. Cercare poi di evitare le pronunce della Corte Costituzionale sulle questioni sollevate dai Tribunali di mezza Italia sulle norme liberticide in materia di riunione e manifestazione del pensiero contenute nei due decreti.

Un fallimento inevitabile

Non è stato possibile.

Troppo forte il legame ideologico tra una grande parte dell’universo grillino e la Lega.

Il PD, forza di Governo, in tutto questo si colloca manzonianamente come un vaso di coccio tra i vasi di ferro, ancora una volta incapace di avere e soprattutto perseguire una linea sulla Giustizia e sui diritti civili che sia di rottura e proposta.

Sterilizzare l’aumento dell’IVA, sistemare Gentiloni e Galtieri, rilanciare Giuseppe Conte, sono gli unici risultati che hanno ottenuto in questi mesi.

L’impressione è che persino Renzi, dall’ “alto” del consenso fin qui guadagnato si sia pentito dell’opportunità offerta a questa sgangherata Sinistra.

Ed è tutto dire.