Furbi ex Paesi dell’Est: sì a 100 miliardi, profughi zero…

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 15 Settembre 2015 6:52 | Ultimo aggiornamento: 14 Settembre 2015 22:46
Furbi ex Paesi dell'Est: sì a 100 miliardi, profughi zero...

Ungheria, confine con la Serbia. Si costruisce un “muro” anti profughi

La dissoluzione della Unione Sovietica iniziata nel 1989 ha comportato come è noto,  lo sgretolamento di tutto il mondo legato al blocco socialista che faceva capo all’URSS.

Si trattava  di Paesi  legati tra loro dal Patto di Varsavia, nato nel 1955 e sciolto nel 1991 a Praga, per essere venuta meno la ragione fondante l’accordo e cioè la mutua assistenza militare che nasceva dalla preesistenza  di un  trattato NATO che perseguiva le medesime finalità ma nell’ambito dei Paesi del blocco occidentale.

Nei due anni precedenti lo scioglimento del Trattato , che vincolava comunque ancora  le parti contraenti,  gli Stati aderenti avevano man mano preso le distanze dal principale partner, la Federazione Russa (non più  Unione Sovietica)  che qualche mese dopo lo scioglimento del Trattato di Varsavia  a Minsk siglò con Bielorussa e Ucraina gli accordi che portarono alla istituzione della  Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) cui in seguito si aggiunsero anche gli altri Stati della ex URSS, ad eccezione delle repubbliche baltiche.

Si consumò cosi la dissoluzione dell’Impero sovietico ed al tempo stesso, alcuni Paesi europei, Polonia, Ungheria,  Cecoslovacchia e Romania in testa oltre le già dette Lituania Estonia e Lettonia, si trovarono giuridicamente liberi di siglare nuovi accordi internazionali, cosa che in effetti avvenne con l’adesione di questi  prima alla Nato e poi all’UE.

Le vicende che portarono al distacco dei Paesi  dell’est centro europeo oltre che di quelli baltici e balcanici , dall’orbita sovietica, furono generalmente caratterizzate da una transizione pacifica e con la sola eccezione della Romania, che conobbe  il tragico epilogo della esecuzione di Ceasescu, non vi furono spargimenti di sangue.

A Praga addirittura fu un drammaturgo , Vaclav Havel, a guidare il cambiamento in quella  che fu definita la” rivoluzione di velluto” mentre in Polonia, a buon diritto ritenuto il Paese che ha dato lo spunto ai movimenti di dissenso anticomunista nell’Europa dell’est, il percorso era già tracciato soprattutto per l’enorme potere che in seno alla società civile aveva la Chiesa cattolica guidata da un pontefice polacco, che portò alla nomina di Walesa, leader di Solidarnosc, il sindacato che aveva guidato le prime rivolte anti regime, quale primo presidente della Polonia  post comunista.

Anche l’Ungheria partiva avvantaggiata date le coraggiose riforme politiche e costituzionali (il cosiddetto “pacchetto democratico”) messe in opera dopo la destituzione del padre padrone del paese, quel Janos Kadar che  aveva represso i moti del ‘56 guidati da Imre Nagy e che permise all’Armata Rossa di entrare in armi in quel Paese , provocando un  grande sdegno internazionale che  segnò  gli anni della guerra fredda.

La storia politica  di quei Paesi che oggi più di tutti si oppongono alle richieste di solidarietà che provengono dall’Europa, è insomma  caratterizzata da avvenimenti che da soli dovrebbero indurre gli stessi a meglio riflettere sulle ragioni storiche che oggi impongono una politica di accoglienza da parte di una Europa di cui a pieno titolo Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca fanno parte.

E se da un lato la loro appartenenza è sancita da motivi storici e culturali – cosa sarebbe infatti l’Europa senza il contributo dell’impero Asburgico o Prussiano  di cui Ungheria e Polonia erano parte importante – dall’altro con l’adesione alla UE si è realizzato il loro pieno inglobamento in una Comunità da cui,  per motivi politici contingenti, erano rimasti fuori.

Come è noto, l’UE persegue i propri obiettivi economici attraverso la erogazione dei cosiddetti Fondi Strutturali che impegnano più di un terzo del bilancio della Unione.

Il fine di quelle sovvenzioni  era e resta quello di eliminare le profonde differenze esistenti in seno all’Unione Europea , dovute alla diversa redditività e produttività dei singoli Paesi aderenti.

È indubbio che le aree economicamente più  depresse di Europa siano quelle dei paesi dell’est, ed infatti nelle precedenti programmazioni furono  quelle le realtà destinate  a fruire di maggiori provvidenze economiche.

Ancora oggi, nel piano programmatico 2014-2020 (i piani sono settennali), i maggiori beneficiari dei fondi europei risultano essere i Paesi dell’est Europa, Polonia ed Ungheria in testa.

Dei 215 miliardi di € stanziati, più della metà è destinata a loro e la sola Polonia è destinataria di ben 89 mld di €, mentre 65 mld andranno a ungheresi slovacchi e cechi.

Per avere una idea dell’ordine di grandezze all’Italia ne andranno 43,7, che in gran parte andranno sprecati ma questo è un altro discorso.

Questa marea di denaro servirà a migliorare le loro infrastrutture, potenziare gli investimenti, produrre ricchezza.

In definitiva,  servirà a migliorare la qualità della vita dei loro cittadini.

Tutto questo è possibile grazie alle politiche solidaristiche dell’Europa, nel cui seno non mancarono certo gli oppositori alle aperture verso est di flussi di capitali importanti e fino allora rimasti in ambito occidentale.

Se da un lato è comprensibile la paura di vedere compromessa la crescita economica (cosa del resto tutta da dimostrare) dall’altro è profondamente ingiusto sottrarsi ai doveri di solidarietà quando se ne colgono i vantaggi.

Inoltre, dato ancora più inquietante, i motivi posti alla base della ostilità palesemente manifestata contro le politiche di accoglienza , sono  troppo spesso conditi da note xenofobe quanto non francamente razziste che non dovrebbero trovare asilo nella UE  e ,soprattutto,  non dovrebbero provenire dalle leadership di  Paesi che conoscono l’intolleranza razziale e la sopraffazione liberticida.

Una chiara presa di posizione da parte del governo dell’Europa contribuirebbe a rendere più espliciti quelli che sono  i doveri dei partner dell’est Europa.