Haters on line: anonimato dell’odio non è libertà, per i profili carta di identità

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 2 Novembre 2019 9:02 | Ultimo aggiornamento: 2 Novembre 2019 9:02
haters on line

Haters on line: anonimato dell’odio non è libertà (foto Ansa)

Da anni collaboro con la testata giornalistica on line blitzquotidiano.it
Firmo regolarmente i miei articoli e se diffamassi qualcuno con i miei scritti, ne risponderei civilmente e penalmente.
Ne risponderebbero inoltre il mio direttore responsabile nonché l’editore, una società di capitali iscritta al registro delle imprese e al registro del Garante dell’editoria, come tutte le società editoriali.

L’Autorità Giudiziaria, per quanto oberata di lavoro, non tarderebbe a rintracciare me, il direttore responsabile ed il legale rappresentante pro tempore della società editrice.
Gli inquirenti, la persona offesa dal reato, il danneggiato, qualora intendessero tutelare i propri diritti, non sarebbero certo costretti a defatiganti ricerche dell’indirizzo IP per individuare i responsabili dell’illecito, come invece accade quando a postare contenuti diffamatori è il “leone da tastiera” che coltiva la sua rabbia dal tinello di casa, utilizzando gli improbabili nickname dietro i quali cela la sua inadeguatezza umana, sociale, culturale.

Spesso poi i provider sono allocati all’estero.
In tal caso, gli attori giudiziari pubblici o privati, saranno costretti a scontrarsi con complicate problematiche tecnico-giuridiche, rappresentate dalla cooperazione giudiziaria internazionale (acquizioni tramite rogatoria) o derivanti dalle stesse legislazioni estere che spesso non prevedono come reato la diffamazione,  e quindi rifiutando, per il principio vigente della cosiddetta “doppia incriminazione”, qualsiasi forma di collaborazione investigativa.
Negli USA ad esempio, la diffamazione non è un reato (anche se poi certe sentenze per le cause civili oissino portare anche alla chiusura delle testate), e sappiamo che la maggior parte dei social network ha sede negli Stati Uniti.

In una nota del 2016 per esempio, inviata alla Procura della Repubblica di Roma, le Autorità americane hanno invitato i magistrati italiani ad astenersi dal formulare richieste volte ad individuare profili fake, perché il Dipartimento della Giustizia USA le respingerebbe sistematicamente, esclusi i casi in cui si procede per terrorismo o pedofilia.
Tanto per rispondere a chi ritiene già perseguibili i post anonimi con gli attuali strumenti del nostro Ordinamento.

Quindi, con il direttore responsabile, saremmo trascinati davanti al giudice penale, lui per il solo fatto di avere omesso il controllo su quanto ho scritto.
La società editrice, che per lo più non ha le risorse economiche dei grandi Gruppi editoriali, dovrebbe mettere mano al portafoglio se noi fossimo condannati.
Ferma restando la sua autonoma responsabilità civile.
Insomma chi assume di essere stato offeso da me, ha ampie possibilità di rivalsa, peraltro su più soggetti, persone fisiche e giuridiche.

Ecco vorrei che anche gli odiatori seriali si assumessero le responsabilità di quanto scrivono.
E si lasci perdere la compromissione delle “libertà”.
Quello che costoro spargono sul web non ha nulla a che spartire con alcuna forma di libertà, tanto meno di espressione.
Che peraltro, per costante orientamento della giurisprudenza di merito e di legittimità, deve essere esercitata in un quadro di liceità.