Matteo Salvini, l’autorizzazione a procedere è molto peggio della sua condanna

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 31 Luglio 2020 17:47 | Ultimo aggiornamento: 31 Luglio 2020 17:47
Matteo Salvini, l'autorizzazione a procedere è molto peggio della sua condanna

Matteo Salvini, l’autorizzazione a procedere è molto peggio della sua condanna (Foto Ansa)

L’autorizzazione a procedere contro Salvini non equivale alla sua condanna. È molto peggio.

Lo dimostra la sua autodifesa in Senato, tesa solo alla delegittimazione delle istituzioni che pure vuole essere chiamato a governare.

“L’unico tribunale che conta è quello del popolo”, ed in questo assunto c’è tutta la concezione che lui ha delle democrazia.

Che è opposta a quella liberale, dove è la legge a declinare il modello di convivenza civile e non una presunta “volontà popolare”,  ovviamente sempre coincidente con i “desiderata” dei populisti e della loro bulimia di potere.

Salvini evoca costantemente il “popolo” come unico soggetto legittimato a giudicarlo, perché sa benissimo che, indipendentemente dall’esito del processo, affrontare una campagna elettorale “sub judice” sarà davvero complicato.

Non per i suoi elettori, che comunque lo apprezzano anche quando affetta pomodori, pela patate o si ingozza di pane e nutella, ma per chi, in caso di vittoria elettorale, dovrà conferirgli un incarico di Governo.

Se la sentirà il Presidente della Repubblica di affidare l’incarico a un indagato? E poi, come reagirebbero i mercati economici e finanziari? E la comunità internazionale?

L’attuale posizione processuale, spendibilissima sul piano interno, non lo è affatto altrove. D’altro canto, il leader leghista è in un cul de sac.

Sa benissimo che l’unico argomento utile, sul piano del recupero del consenso, passa attraverso il tema della immigrazione.

Una materia congelata dall’attuale Governo, anche per la oggettiva contiguità che i partners grillini hanno ancora adesso con la politica  immigratoria della Lega.

Una volta attuato il piano Recovery Found, che Salvini perseguiva in alternativa al Mes, tallonato da Meloni a destra e al centro disturbato dalla infatuazione filo governativa di Berlusconi, oramai è solo sugli sbarchi dei clandestini che il Capitano può incentrare la sua azione politica.

Arrivando fino ad adombrare i pericoli del riemergere dell’epidemia, di cui d’altro lato, nega l’esistenza, come ha assicurato due giorni fa in Senato, alla presenza di autorevoli virologi come Andrea Bocelli.

Inoltre ogni formazione politica ha le sue opposizioni interne. Esse sono più o meno silenti ma esistono sempre. La Lega non fa eccezione.

Tra le ricche regioni del nord est, l’attivismo di Salvini a favore del meridione non è molto apprezzato. E non da adesso.

Già hanno dovuto digerire il reddito di cittadinanza. Sicuramente non sono disposti ad attendere ancora molto l’attuazione delle autonomie regionali differenziate, l’eredità ideologica del proposito secessionista evocato da Bossi.

Zaia, Giorgetti e soprattutto le realtà produttive di cui sono espressione, è lì che lo aspettano al varco. Probabile vogliano approfittarne, vedendolo alla sbarra, per pensionarlo definitivamente. Per realizzare poi loro il fine politico per cui la Lega è nata. Gli interessi del Nord.