Piattaforma Rousseau il processo a Salvini e la democrazia calpestata

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 18 febbraio 2019 15:10 | Ultimo aggiornamento: 18 febbraio 2019 15:10
Piattaforma Rousseau (nel ritratto, Jean Jacques Rousseau, padre del mito del buon selvaggio), il processo a Salvini e la democrazia calpestata

Piattaforma Rousseau (nel ritratto, Jean Jacques Rousseau, padre del mito del buon selvaggio), il processo a Salvini e la democrazia calpestata

Piattaforma Rousseau, Salvini e la democrazia calpestata. La consultazione dei militanti del Movimento 5 Stelle è, a dir poco, una vergogna o, per metterla in terini un po’ più eleganti, la violazione dei più elementari e fondamentali principi della democrazia rappresentativa che regge il mondo occidentale dai tempi della rivoluzione inglese e poi da quella francese.

L’Italia nata dalla caduta del Fascismo e dalla Resistenza l’ha fatta propria e la ha adottata, incorporandola nella sua legge fondamentale:

«Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» è ciò che prevede l’art. 67 della Costituzione.
Concepita per garantire al singolo parlamentare la più ampia libertà di pensiero ed espressione, la norma rappresenta anche un correttivo al cosiddetto “mandato imperativo”, che lega il parlamentare all’elettore e non alla Nazione.
Fu il costituzionalista inglese Edmund Burke, già prima della Rivoluzione Francese, ad affermare la supremazia della “democrazia rappresentativa universale” contrapposta all’idea che l’eletto dovesse rappresentare solo il suo elettore.
Successivamente, il principio migrò in tutte le Costituzioni moderne a partire da quella francese del 1791 fino allo Statuto Albertino.
Resta traccia invece del principio della natura “privatistica” del mandato elettorale nei regimi socialisti e tuttora nella Costituzione del Bangladesh e India.
È quindi evidente che la “consultazione” appaltata ad un blog privato come la “piattaforma Rousseau” a proposito della decisione di processare o meno Salvini, si pone al di fuori della legalità costituzionale perché tesa a condizionare, se non a vincolare, il convincimento del singolo Senatore che non rappresenta l’elettorato pentastellato bensì tutto il corpo elettorale.
Se oggi avesse un senso la corretta applicazione del Diritto, bisognerebbe in qualche modo porre rimedio a questa evidente stortura delle dinamiche costituzionali.
Perché sono le “Regole” più che il “Consenso” a dover prevalere nelle moderne democrazie liberali, quelle da cui stiamo ineluttabilmente fuoriuscendo.