Riforme Renzi con Parlamento zoppo: meno democrazia Costituzione violata

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 6 Aprile 2014 8:15 | Ultimo aggiornamento: 6 Aprile 2014 8:20
Riforme Renzi da Parlamento zoppo: meno democrazia il prezzo

Matteo Renzi: les jeux sont fait

A Matteo Renzi alle prese spasmodiche con le “grandi riforme” sfugge un piccolo particolare che peraltro non è colto neanche dalla gran parte dei commentatori.

E cioè che lo stravolgimento istituzionale che si accinge a compiere, si consumerà per il mezzo di un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum .

La efficacia retroattiva di quella decisione , che porrebbe fuori legge tutti gli atti compiuti da un Parlamento eletto illegalmente , è stato temperato dal cosiddetto “principio della continuità dello Stato” che ha salvaguardato l’attività legislativa impedendo un clamoroso default di tutta l’attività legislativa svolta da un Parlamento eletto con una delle Camere in evidente “sproporzione di rappresentatività”, motivo ultimo della declaratoria di illegittimità costituzionale del precedente sistema elettorale .

Tuttavia, la Alta Corte, pur ritenendo per il principio anzidetto ” salvi” gli atti assunti, ha poi posto un limite temporale alla attività legislativa di questo Parlamento, dovendosi altrimenti ritenere del tutto insensata la stigmatizzazione operata sulla attuale efficacia della rappresentanza parlamentare.

È da ritenersi quindi un monito all’attuale governo a munirsi di una legge elettorale rispettosa dei principi costituzionali espressi, per poi ridare la parola agli elettori perché diano al Paese una rappresentanza costituzionalmente corretta.

In altre parole, ci si domanda se, a prescindere dalla valutazione politica, sia giuridicamente giusto che Renzi, con il sostegno di una maggioranza emersa da una consultazione elettorale illegittima , possa mettere mano alla Costituzione stravolgendola, intervenendo su organi previsti dalla Costituzione come le Provincie , di rilievo costituzionale come il CNEL e addirittura sul Senato della Repubblica che definisce la forma dello Stato.

Insomma i propositi di Renzi di governare sino al 2018 senza un mandato parlamentare e con un Parlamento che dovrebbe andare a casa al più presto se si rispettasse la sentenza della Corte Costituzionale, non può perseguire il fine di stravolgere la Carta avviando riforme che seppur necessarie, spettano ad un Governo espressione di Camere elette in modo costituzionalmente giusto.

L’attuale, non né ha il potere né la legittimazione.

La principale obiezione mossa alla indifferibilità di nuove elezioni è rappresentata dalla situazione economica che impone misure urgenti.

Inoltre pesa poi il diktat di Giorgio Napolitano che ha imposto ad un Parlamento incapace di eleggere il suo successore la prosecuzione di una legislatura zoppa ed ostaggio dei gruppi parlamentari.

Non scioglierebbe le camere, ha fatto capire il Presidente della Repubblica, piuttosto si dimetterebbe prima, con ciò condizionando l’intera legislatura, inchiodandola ai giochi di partito che permettono ai vari leader (Bersani, Letta, Renzi) di volta in volta di salire e scendere dal posto di manovratore a secondo degli umori interni al Partito uscito appena appena vittorioso dalla consultazione elettorale svoltasi con regole più o meno tarocche.

È questo il prezzo che bisogna pagare alla “stabilità” dunque.

Resta da vedere se è anche quello giusto , visto che è il prezzo della diminuzione della democrazia quello che paghiamo in questo modo.