Sea Watch, cosa dice la legge, cosa rischia Carola Rackete: un avvocato spiega

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 1 Luglio 2019 8:10 | Ultimo aggiornamento: 1 Luglio 2019 10:06
Sea Watch, cosa dice la legge, cosa rischia Carola Rackete: un avvocato spiega

Sea Watch, cosa dice la legge, cosa rischia Carola Rackete: un avvocato spiega

ROMA – A proposito della Sea Watch, Il prof. Google si è speso molto in questi giorni per tentare di far capire anche all’imbianchino o all’idraulico, notoriamente molto interessati a pandette e disquisizioni legali, quello su cui tanti giuristi ancora si stanno scervellando. Ovvero se la comandante della motonave, Carola Rackete, ha avuto o meno responsabilità penali quando ha violato i limiti delle acque territoriali italiane, approdando a Lampedusa.

Tuttavia, anche i Codici qualche volta danno una mano, perlomeno quando si tratta solo di valutare le cose alla luce del diritto positivo nazionale.

Giuridicamente le cose stanno cosi. Denunciata dall’Autorita Giudiziaria, un PM (e non un giudice), ha ritenuto che Carola Rackete avesse violato la legge e l’ha fatta arrestare. Oggi, un GIP deciderà se l’arresto è legittimo e se può o meno applicare una misura cautelare. Attualmente infatti è solo sottoposta ad una misura “precautelare”, in attesa della udienza di convalida.

In quella udienza, si stabilirà se ci si trova in presenza di una causa di giustificazione (stato di necessità), che scriminerebbe il reato (art. 273 3 co. Cpp), nonché se esistano o meno gravi indizi di colpevolezza rispetto ad una corretta qualificazione giuridica dei fatti. Cioè se queste condotte, integrino o meno la fattispecie prevista dall’art. 1100 codice della Navigazione, che punisce “Il comandante della nave che commette atti di violenza o resistenza contro una nave da guerra nazionale”, col carcere da tre a dieci anni.

Unica ipotesi che, con i suoi limiti massimi di pena edittali, fino a 10 anni di reclusione, permette l’arresto. La diversa ipotesi prevista dall’art. 1099 (rifiuto di obbedienza a nave da guerra), fino a poco prima adombrata,  è punita infatti con la reclusione fino a due anni e, dati i limiti di pena, non è previsto l’arresto.

E qui sorgono fortissime perplessità perché:
1) la norma di cui all’art. 1100 si applica in un contesto di belligeranza;
2) è dubbio che una vedetta della GDF possa essere considerata “nave da guerra”.

Viene dunque il sospetto che Salvini ed i suoi consulenti legali, temessero che nessuna norma asseritamente violata permettesse che scattassero le manette, né per il titolo di reato, né per il perdurare di esigenze cautelari tali da poter essere garantite (solo) attraverso una misura inframuraria. Che è poi l’unica che il Ministro concepisce, in spregio ai principi di garanzia del nostro Ordinamento, che prevedono gradi di afflittività graduali e rapportati a diversi parametri (art. 275 primo co. Cpp.)

A pensar male si fa peccato ma è ragionevole ritenere che l’intervento della motovedetta della Gdf in porto, con la motonave Sea Watch già nelle acque territoriali, sia stato un espediente utilizzato per aggravare la situazione.
Insomma, per vedere l’effetto che fa. La giovane tedesca ha ingenuamente abboccato et voila’, il delitto (perseguibile con le manette ai polsi), è servito.

Del tutto residuale e fuori dal perimetro normativo la contestazione relativa al favoreggiamento nell’immigrazione clandestina. La condotta della Rackete è infatti, di tutta evidenza, sfornita della volontà di agevolare il delitto da altri commesso. Questi i crudi fatti che un Giudice dovrà valutare se di rilevanza penale oppure no, adottando i provvedimenti conseguenziali.