Procura di Roma: continuità? La fissa la legge non le correnti. Dove il CSM ha mancato

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 4 Giugno 2019 15:22 | Ultimo aggiornamento: 4 Giugno 2019 15:48
Toghe romane: una vicenda molto semplice da comprendere

Toghe romane: una vicenda molto semplice da comprendere

ROMA – Che poi a pensarci bene, la faccenda delle toghe romane è anche molto semplice da comprendere. La vicenda giudiziaria mostra le corde di una problematica mai affrontata in seno alla magistratura. Essa attiene alla natura politica delle “correnti” in cui è divisa.

Da qui, l’interferenza, troppo spesso illecita, con i potentati di riferimento, siano essi politici o economico-finanziari. Ma ovviamente, in questo contesto prosperano anche le logiche spartitorie degli incarichi direttivi, in particolare quelle che riguardano le sedi più importanti, dove i titolari, soprattutto degli Uffici della Procura – in quanto titolari dell’azione penale – esercitano un ruolo delicato nel tessuto politico, economico e sociale della collettività.

Se l’incarico viene assegnato sulla scorta di valutazioni “politiche” chi assicura l’indipendenza del prescelto? In tale ambito, è concettualmente mal posta la questione che riguarda la sede romana (ma non solo) della Procura, laddove pare si ponga un problema di “continuità” della gestione degli affari penali in capo a quell’Ufficio, sino a qualche giorno fa affidato alle cure del dott. Pignatone ed ai suoi aggiunti e sostituti.

Una “querelle” che avrebbe una sua ragione d’essere se riguardasse un incarico politico. Ma le funzioni del Procuratore della Repubblica le determina la legge ed essa esclude che queste possano essere piegate a logiche politiche che fatalmente si tradurrebbero in “scelte” di obbiettivi da perseguire, cosa del tutto estranea ad una corretta dinamica giudiziaria in seno all’Ordinamento.

È auspicabile dunque un ampio dibattito che investa tutte le componenti del mondo giudiziario, possibilmente regolato da una figura di garanzia quale il Presidente della Repubblica, perché sia profondamente ripensato il ruolo troppo spesso autoreferenziale della magistratura. Un compito che, istituzionalmente, spetterebbe al Consiglio Superiore della Magistratura, quale organo di autogoverno dei Giudici. Con quali risultati, ce lo sta dicendo la cronaca.