Turchia nuova meta dei giovani italiani, la paura della calvizie val bene un tuffo nell’Islam

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 31 dicembre 2018 6:37 | Ultimo aggiornamento: 30 dicembre 2018 20:50
Turchia nuova meta dei giovani italiani, la paura della calvizie val bene un tuffo nell'Islam

Turchia nuova meta dei giovani italiani, la paura della calvizie val bene un tuffo nell’Islam, Nella foto Ansa: mega immagine di Erdogan domina una piazza con lo slogan: Grazie Istanbul

Istanbul, Ataturk airport, già uno dei più grandi e trafficati d’Europa, uno scalo oramai in corso di dismissione perché la smania di grandezza del nuovo impero ottomano, suggerisce di sostituirlo con un altro ancora più grande, a simboleggiare l’egemonia della Turchia, nuova potenza politica ed economica mondiale.
Un tempo, una volta atterrati al vecchio scalo di Ataturk (a me è successo una trentina di anni fa), al momento dello sbarco era facile venissero in mente le immagini dello straordinario film di Alan Parker, fuga di mezzanotte, che raccontava la storia vera di un americano, incarcerato nelle segrete di Istanbul dopo un processo farsa.
Ambienti bui, puzza di sigarette, poliziotti baffuti ed occhiuti, in quell’aeroporto tutto contribuiva a rendere l’idea di un Paese oppressivo ed autoritario.
Il film in realtà fu girato a Cipro e provocò un incidente diplomatico tra i turchi e l’america di Richard Nixon, molto attento ai diritti umani in Anatolia, molto meno a quelli dei latino americani, dopo il varo del “plan condor”, suggerito in quegli anni dal premio Nobel per la pace Henry Kissinger, per fronteggiare l’avanzata comunista nel “cortile di casa”, come gli americani consideravano il Sud America.
Altra epoca.
Di quegli hangar sgangherati non resta più nulla se non il nome di Kemal Ataturk, il padre della moderna Turchia, che trasformò il regime teocratico degli ottomani nella Repubblica laica che è stata sino a pochi anni fa.
Esattamente sino all’avvento di Erdogan, un sultano moderno che strizzando l’occhio al clero musulmano, esercita oggi un potere dispotico, pur con un indubbio consenso popolare.
Un misto di paternalismo autoritario, tipico delle satrapie levantine, condito da un sovranismo nazionalista che sta adombrando gli sforzi che fecero Ataturk ed i suoi Giovani Turchi per trasformare il Paese in una moderna democrazia laica.
A parte questo, Istanbul resta comunque una straordinaria città, il più grande melting pot dell’Asia minore, dove convergono gli appetiti di tante realtà turcofone, parliamo di diversi milioni di persone, provenienti in gran parte dalle ex repubbliche sovietiche.
Sono i volti scuri con gli occhi a mandorla di Tagiki, Kirghizi, Turkmeni, quelli che si vedono uscire dalle porte di servizio dei ristoranti o scendere dai mezzi della nettezza urbana.
Umile manodopera spesso arrivata in Turchia perché cacciata dalla Russia di Putin che, al pari dei comunisti dell’URSS, gli islamici dell’Asia Centrale li ha sempre considerati solo come mera forza lavoro da utilizzare e quando non più necessaria da scacciare.
La presenza di tanti immigrati, testimonia la crescente forza economica della Turchia, una ricchezza oramai visibile ovunque, ad Istanbul soprattutto, che in verità le ha fatto un po’ perdere quell’aura di mistero che l’ha sempre caratterizzata.
Quartieri come Besiktas o Taksim in realtà potrebbero trovarsi in qualsiasi città d’Europa o d’America.
Ristoranti di lusso e centri commerciali si alternano ad eleganti condomini dove sono visibili gli agi di una classe alto borghese con gusti europei, anche se geograficamente vivono nella parte asiatica della città.
Dall’altra parte del Bosforo, le antiche vestigia di Costantinopoli e di Bisanzio, testimoniano il ricco passato della capitale dell’impero romano d’oriente, con chiese cristiane trasformate in moschee, come è accaduto a Santa Sofia ed antiche cisterne, lascito dei Romani che senza acqua e bagni termali non potevano sopravvivere.
Ed ancora, gli ebrei, con le loro sinagoghe pacificamente coesistenti da sempre con le moschee.
O le testimonianze degli italiani, come la straordinaria Torre di Galata regalo dei Genovesi che hanno contribuito a rendere magnifica e potente Istanbul, contrapposta ai rivali di Venezia.
Italiani, che da qualche anno accorrono a frotte sulle sponde del Bosforo.
Tanti non sono turisti, hanno (quasi) tutti intorno ai trent’anni,e la loro visibilissima caratteristica comune è un cranio punteggiato da evidenti lesioni cutanee dall’aspetto non proprio gradevole.
Sono dovute all’auto trapianto di bulbi piliferi che assicurano la ricrescita della perduta chioma nella misura di 4/5 capelli per bulbo.
Vengono dolorosamente impiantati su giovani uomini che non riescono a sopportare una incipiente e prevoce calvizie e ricorrono sempre di più agli specializzati chirurghi turchi per porre fine ad un destino tricologicamente avverso e gramo.
26.50 euro il costo dell’intervento, volo, alloggio e pasti inclusi, in una delle 20 cliniche specializzate, prezzo mediato per lo più da agenzie di viaggio italiane che evidentemente in tempo di crisi hanno diversificato la loro offerta turistica.
La formula è “soddisfatti o rimborsati” e, almeno a giudicare dai numeri, sembrano di più quelli felici di poter tornare a pettinarsi che quelli pronti a fare causa ad un ospedale turco (e ad una agenzia italiana) per i danni provocati alla cute glabra del cranio.
Però, sarebbe loro da consigliare la lettura di Sinesio di Cirene, autore romano, che nel secolo IV secolo d.c. scrisse un delizioso trattatello dal significativo titolo “elogio della calvizie”.
Che, in verità, più che di folte chiome e mascoline bellezze, dissertava sulla necessità di accettare se stessi.
Se questo pare poco.