Uruguay, ecco perché un italiano non può non tifare per Oscar Tabarez

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 6 luglio 2018 15:01 | Ultimo aggiornamento: 6 luglio 2018 15:01

Pepe Mujica scontò 12 anni di carcere duro durante la dittatura in Uruguay dei primi anni 70, un regime voluto da Nixon e Kissinger e dai suoi Chiacago Boys ed imposta in tutto il cono sur dell’america latina, dove l’operazione è conosciuta come “plan condor”.

Durante la detenzione, ebbe modo di leggere un solo libro, un testo di agronomia adottato dalle scuole medie.

Su quelle conoscenze, varò una riforma agraria ancora attuale.

In quegli stessi anni, Eduardo Galeano pubblicava “le vene aperte dell’america Latina”, una denuncia feroce sulle diseguaglanze di quel continente.

Quel libro, che ebbe 69 edizioni, veniva sfogliato nelle librerie di mezzo mondo dagli studenti squattrinati della diaspora sudamericana che non avevano i soldi per comprarselo.

Nello stesso periodo, Juan Carlos Onetti, raccontava dalla  immaginaria città di Santa Maria, il suo tragico universo narrativo rendendolo assoluto, mentre la poesia di Mario Benedetti illuminava la notte uruguaiana della dittatura militare.

In quegli anni, Oscar Tabarez, giocava al calcio e studiava da pedagogista (anche per questo è chiamato il Maestro).

Finì per insegnare nei quartieri poveri di Montevideo, continuando a giocare a calcio per poi allenare.

Allenava soprattutto le menti dei giovani.

E poi, la bella Montevideo e la sua chacra del Puerto, le sue librerie, i suoi caffe’, il 

Uruguay, ecco perché un italiano non può non tifare per Oscar Tabarez

Uruguay, ecco perché un italiano non può non tifare per Oscar Tabarez

mate ed i liquori di china, l’architettura modernista di punta de l’este, lo scuro Rio della Plata che si muta nell’azzurro dell’oceano Atlantico.

E poi i volti uruguagi, visi da spagnoli del nord e di italiani del sud…

Come si fa a non amare e non tifare per un Paese cosi?

Vamos Orientales!