Antonio Del Giudice

Bipartitismo prima del bipolarismo, lo dice la storia d’Italia

Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi

ROMA – Tutte le volte che si discute di legge elettorale  c’è sempre qualcuno che si incarica di raccontare la favola dell’Italia Paese plurale e non bipolare. Ora, se è vero che il bipolarismo ha ricevuto negli ultimi vent’anni il certificato di nascita, è ancor più vero che il bipartitismo è stata la cifra che ha segnato i primi quattro decenni di Repubblica.

Avevamo due grandi partiti: la Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano, guidati da leader come Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, Erano loro i garanti dell’equilibrio verso l’America e verso L’Urss. Erano i due blocchi sociali che raccoglievano le culture prevalenti e i conseguenti schieramenti politici: oltre il 65 per cento.
Il terzo incomodo era il Partito socialista italiano che, prima unito al Pci del Fronte popolare e poi protagonista del centrosinistra, sempre con una consistenza elettorale che stava a cavalcioni del 10 per cento, C’erano anche i Socialdemocratici è vero, e anche i Repubblicani e i Liberali. Erano guidati da uomini di valore che avevano fondato al Repubblica, come Giuseppe Saragat, Ugo La Malfa e Giovanni Malagodi. Partiti che rappresentavano poco numericamente, ma che avevano un ruolo di cerniera fra i vari orientamenti di centro. (Il Msi di Arturo Michelini e Giorgio Almirante rimase sempre fuori, a destra,  tranne che nel tentativo fallito del governo Tambroni).
Il ruolo di Psdi, Pri e Pli divenne centrale, perché De Gasperi li volle nelle coalizioni di governo, non per ragioni di numero, ma per ragioni di attenzione politica alle altre culture non-comuniste. La sua lungimiranza fece sì che, nel tempo, il sistema di partiti-satelliti inglobò anche il Psi del primo centrosinistra voluto da Amintore Fanfani, e fece in modo che il blocco anticomunista resistesse all’avanzata del partito di Enrico Berlinguer, fino all’approdo “dolce” al compromesso storico voluto da Aldo Moro. Dopo l’assassinio di Moro, ci fu il Midas, Bettino Craxi e tutto il resto che conosciamo.
 Il “pluralismo” degli ultimi vent’anni nasce, dunque, non dalla storia del Paese, ma dalla crisi di quella storia, da Tangentopoli e dalla caduta del Muro di Berlino, dal frantumarsi dei due grandi partiti (Dc e Pci) e dalla nascita della marea di gruppi e gruppetti che vediamo oggi in Parlamento, anche a causa di leggi elettorali, come il Porcellun, che prevedono soglie di sbarramento, sottosoglie e anche ripescaggi degli sconfitti. Ma questo non è pluralismo, è la difesa di piccoli gruppi di interesse, di posizioni personali, con tutto quel che ne consegue. Gli Scilipoti sono fenomeno di oggi, non della storia. Ora, del patto Renzi-Berlusconi, si potrà dire tutto il male possibile. Ma se quel patto elettorale ci ridà due grandi partiti, non è il caso di stare tanto a spaccare il capello. Se si riduce il potere di ricatto dei piccoli gruppi, male non ci fa.
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