Coronavirus, mascherine cinesi e saggezza di Andreotti: come le lenticchie di Esaù

di Antonio Del Giudice
Pubblicato il 28 Aprile 2020 6:13 | Ultimo aggiornamento: 27 Aprile 2020 23:20
Coronavirus, mascherine cinesi e saggezza di Andreotti: come le lenticchie di Esaù

Coronavirus, mascherine cinesi e saggezza di Andreotti: come le lenticchie di Esaù (Foto archivio Ansa)

Coronavirus. Tutti impazziti come formiche in una bottiglia, cerchiamo di capire che cosa cambia nella Fase 2, ognun per sé.

Presumo che la mia giornata di 70enne non avrà molte novità. È già un successo che non mi costringano alla reclusione eterna.

Potrò consentirmi l’ora d’aria, mascherine e guanti permettendo.

Nel senso che dove vivo, Pescara, c’è una penuria da borsa nera. Peggio della farina durante la guerra.

Il tempo non mi manca; ne utilizzo il giusto per la lettura dei giornali, vecchio vizio.

Ammetto che comincio a patire una sorta di strabismo, nel senso che le notizie viaggiano da noi al mondo e ritorno, come in un videogioco.

Ci si ammala, si muore, si guarisce, si cercano vaccini, si aprono e si chiudono fasi. Il disagio fa rumore e chiede risposte.

Neanche il lutto autorizza speranze di pace.

L’origine comunista del Virus favorisce sospetti fondati. Il numero taroccato dei morti in Cina dà corpo alle dicerie.

Parte la caccia all’untore numero 1.

Chi ha costruito la Bestia? A Whuan lo hanno diffuso i gli astuti cinesi o lo hanno iniettato i perfidi americani?

Chi mente sapendo di mentire? E i russi a che gioco giocano?

Gli imputati si accusano a vicenda, mentre si danno da fare per mostrare il loro volto umano. Aiuti, mascherine, ventilatori, ossigeno, guanti.

L’Europa e l’Italia ringraziano. Un minimo sindacale di riconoscenza.

Ma si radica il sospetto che anche il coronavirus possa diventare un’arma di guerra, a Ovest e a Est, in un mondo impaurito e preoccupato.

Lo scapigliato Trump, l’eterno Putin, l’immortale Xi Jnping, a chi credere?

“Timeo Danaos et dona ferentes”. Soccorre la citazione classica della buonanima di Andreotti, il più abile ministro degli Esteri della Prima Repubblica.

Se fosse al mondo, spiegherebbe al suo imberbe successore che un miliardo di mascherine con gli occhi a mandorla valgono meno del piatto di lenticchie di Esaù.