Coronavirus sognando Milano, ricordi di un pugliese di Andria in esilio a Pescara

di Antonio Del Giudice
Pubblicato il 24 Marzo 2020 21:49 | Ultimo aggiornamento: 24 Marzo 2020 21:49
Coronavirus sognando Milano, ricordi di un pugliese di Andria in esilio

Milano durante l’emergenza coronavirus (Foto archivio ANSA)

Coronavirus. Trenitalia Stato mi scrive per dirmi che mi rimborserà il biglietto Milano-Pescara, viaggio previsto per lo sorso fine settimana.

Milano è una consuetudine quasi mensile per me. Ho più amici in quella città che non dove vivo. Amici, non conoscenti. Per loro sono preoccupato, ma li sento ogni giorno combattivi e forti.

Sono nato nella provincia di Bari, dove ho vissuto da ragazzo, prima di andarmene a liceo concluso. Sono vissuto nel mito di Milano già da bambino, quando mio padre, buonanima, la frequentava per ragioni di lavoro, commerciante di frutta e verdura.

La capitale morale del Paese era il desiderio e il miraggio dei baresi.

Nel novembre del 1983 lavoravo a Repubblica a Roma, ma il mio sogno milanese continuava a tentarmi.

Il direttore Scalfari accolse la mia supplica. Finalmente ero a Milano, la città dei racconti di mio padre.

Sette anni di lavoro, l’incontro con la mamma dei miei figli, la nascita di Pietro e Marta. Inviato per il Nord da Udine a Ventimiglia, avevo trovato la dimensione cittadina, avevo conosciuto la leggendaria voglia di fare. E poi i grandi giornalisti che leggevo da ragazzo Vergani, Bocca…

Milano era diventata la mia città, ma la tentazione di “salvare il Sud” nella primavera del 1989 aveva avuto la meglio su di me. Vice-direttore a L’Ora di Palermo, il leggendario giornale antimafia di Vittorio Nisticò. C’erano ancora Falcone e Borsellino… Non toccava a me salvare il Sud.

Adesso che vivo a Pescara, dopo aver girato tutta l’Italia, la mia bombola di ossigeno la conservo a Milano. La custodiscono i miei amici scrittori, musicisti, giornalisti, ristoratori.

Il mio sentimento, nei giorni di Coronavirus, è contraddittorio. Vorrei essere con loro e non posso per i limiti di legge e per spirito di autoconservazione.

Vorrei stare chiuso in una casa di Milano, per essere più vicini a loro. Non posso. E l’eventualità mi mette anche una discreta fifa.

Non sono un eroe e poi sarei inutile.

Per fortuna c’è il progresso. Posso vederli tutti i giorni, confinati nelle loro stanze trasformate in celle. WhatsApp, Skype e altre diavolerie me li avvicinano come se io fossi in casa loro. Almeno questo nessuno ce l’ho può togliere.

Non so quando finirà questa storia. Conto i giorni per tornare a Milano, il mito di mio padre e il mio tormento di oggi. Prenoto il biglietto appena posso, appena la Bestia ci lascerà respirare.