Elezioni Regionali: risultato scontato ma guerra fratricida mai vista

di Antonio Del Giudice
Pubblicato il 14 Maggio 2015 15:10 | Ultimo aggiornamento: 14 Maggio 2015 15:50
Elezioni Regionali: risultato scontato ma guerra senza quartiere mai vista

Il sondaggio Pagnoncelli

ROMA – Per quanto il Pd di Matteo Renzi viaggi col vento in poppa a Roma; per quanto Silvio Berlusconi sta perdendo anche la speranza; per quanto il risultato delle elezioni (31 maggio) sia in gran parte scontato, non sia era mai vista una guerra senza quartiere nelle regioni interessate: Puglia, Campania, Veneto, Liguria e Marche. Una guerra “nuova”, nel senso che è interna ai partiti più che tra formazioni opposte. Al punto che, nonostante il vento in poppa di Renzi, il Pd rischia più del dovuto, specie in Campania e in Liguria, dando per scontata la vittoria in Puglia e per dato perso anche questa volta il Veneto, ma non è detto, visto il duello interno alla Lega fra Flavio Tosi e Luca Zaia.

La novità assoluta è, dunque, la lotta fratricida. Mai visti nulla del genere dal 1970, anno della nascita delle autonomie regionali, un male necessario previsto dalla Costituzione. A destra si vedono schermaglie e piccoli tradimenti, la rabbia di Berlusconi verso gli antichi alleati, il pendolarismo del Ncd, la corsa solitaria della Lega di Matteo Salvini (anche questa divisa in Veneto). Ma lo spettacolo più raccapricciante si vede a sinistra. Con due rappresentazioni insuperabili, a Napoli e a Genova. Vincenzo De Luca, ormai costretto a difendersi dalla qualunque. Raffaella Paita nel mirino della sinistra di Sergio Cofferati, una volta capo dei riformisti e adesso capo degli estremisti. Ci vogliamo mettere anche Michele Emiliano, candidato a “sindaco della Puglia”? Mettiamocelo ché qualche palata di guano vola anche a Bari. Così abbiamo un quadro significativo di che cosa è oggi il Pd nelle periferie, quello che Renzi non controlla direttamente. Le accuse ai candidati si riassumono in una sola: aver accettato di collegarsi a liste di impresentabili, di trasformisti, di camorristi e di fascisti, ognuno con una specificità territoriale.

Ora le accuse non sono del tutto campate in aria, non tutte e non per tutti. La faccenda scandalosa delle liste collegate a quella del candidato presidente ha una storia antica. La legge prevede che il candidato diventi “governatore” per un voto in più o resti al palo per un voto in meno. Non c’è premio di lista, c’è una sommatoria che rende necessari patti leonini, accordi inconfessabili e altre astuzie della politica. Il “liberi tutti” che risuona da destra, vista la caduta di Berlusconi, aumenta l’offerta verso il Pd, non solo di elettori ma anche di candidati. E’ già successo in Abruzzo, due anni fa, dove Luc

ano D’Alfonso ha stravinto con l’appoggio di liste di destra neanche sbianchettate. Succede, oggi, che Gian Mario Spacca, governatore uscente delle Marche, guidi la lista di Forza Italia e associati.

Forse è stato anche il defunto patto del Nazzareno a incoraggiare qualche misto fritto di troppo. Certo è che adesso Renzi, impegnato a rovesciare il Paese come un calzino, non ha ancora la forza per rovesciare il suo partito. Lui, la forza, la cerca nel rilancio dell’economia. Sa che, se l’Italia ricomincia a crescere, sarà più facile dettare regole anche interne al Pd. Sicché la prossima volta potrà scegliere gli aspiranti governatori, questa volta decisi da primarie pasticciate e poco trasparenti. Lui Renzi non avrebbe voluto né Emiliano né De Luca né Paita. Ma questi passa il convento dei feudi locali, dove i voti si pesano non si contano. Adesso il Pd di Renzi dovrà badare a vincere e a limitare i danni. I conti si faranno dopo.