I giovani vogliono il lavoro, non l’articolo 18

di Antonio Del Giudice
Pubblicato il 18 settembre 2014 15:51 | Ultimo aggiornamento: 18 settembre 2014 15:51
I giovani vogliono il lavoro, non l'articolo 18

I giovani vogliono il lavoro, non l’articolo 18

ROMA – Talvolta viene il sospetto che una certa sinistra viva fuori dal mondo. Sospetto che non viene da oggi. Come se il mondo fosse sempre lo stesso. L’eterna battaglia sull’articolo 18 si conferma il Capo di Buona speranza dei marosi e delle tempeste, come quelli che fermavano le caravelle spagnole e portoghesi dirette in India e in Cina tre secoli fa. La sinistra assoluta è rimasta a difendere il tabù dell’intoccabilità dei lavoratori, come quando c’era la piena occupazione e i diritti furono fissati con mastice dallo Statuto dei lavoratori. C’erano allora guerre ideologiche e discriminazioni nelle fabbriche, c’era la lotta di classe guidata da Partito comunista e dalla CGIL socialcomunista. C’erano ragioni, più o meno condivise, per quelle misure ferree. E poi il posto di lavoro era a vita, come le fabbriche e l’impiego di Stato. Preistoria, ormai.

Oggi, con la disoccupazione ai massimi storici, i giovani cercano un lavoro. I più ambiziosi e preparati ne cercano uno che li ricompensi dei sacrifici fatti. Gli altri cercano un lavoro per cominciare a non dipendere più da mamma e papà, che magari vivono della loro pensioncina e fanno fatica a mantenerli. All’articolo 18 (si accettano scommesse) nessuno che abbia meno di trent’anni pensa come una conditio sine qua non.

Queste considerazioni derivano dall’esperienza quotidiana. Chi ha voglia di lavorare è pronto a lasciare l’Italia e a varcare gli oceani fino all’Australia; non si pone il problema del lavoro acquisito una volta per sempre, e guai a chi me lo tocca. I ragazzi si aspettano una vita decente, con questi chiari di luna, con una sola garanzia che si chiama lavoro. Poi sono pronti a cambiare, a sperimentare nuove avventure, e a cercare la polpa dove c’è. Non ad acchiappare il malloppo una volta per sempre.

Altro è parlare di diritti basilari, come salario e assicurazioni, altro è pretendere oggi l’inamovibilità e l’eternità del posto. La catastrofe occupazionale delle aziende che hanno chiuso in questi ultimi tre anni è stata forse scongiurata dall’articolo 18? Non pare proprio. Allora forse è arrivato il momento di guardare in faccia alla realtà. Garanzie si, anche per tagliare le unghie ai padroncini del vapore, utopie no. Anche perché non è questo che chiedono le nuove generazioni e i nostri figli.

Certo viviamo un mondo più scomodo del passato. Ma la colpa non è di nessuno, o meglio la colpa è di tutti. Ma adesso questo è il mondo che ci tocca. Hic Rodus, hic saltus. Sarà il caso di farsene una ragione.
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