Antonio Del Giudice

I guerriglieri delle preferenze ricordano l’Alfredo Vito che ne prendeva 100mila

I guerriglieri delle preferenze ricordano l'Alfredo Vito che ne prendeva 100mila

Matteo Renzi

ROMA – Le preferenze sembrano l’ultima trincea della sinistra cuperliana interna al Pd e dei neocentristi alfanian-casiniani. La legge elettorale proposta da Matteo Renzi e sottoscritta da Silvio Berlusconi non le prevede. I parlamentari, se la legge passerà, saranno eletti a liste bloccate e corte, 4-6 candidati scelti dai partiti; liste che Renzi si impegna a formare con le primarie di circoscrizione. Ribattono gli oppositori del Sindaco che così si scippa il diritto degli elettori a scegliere, e si mantiene in vita il Porcellum. Chi ha ragione? Verrebbe da dire nessuno.

Lasciamo perdere la facile ironia di Renzi che ricorda a Gianni Cuperlo di essere, lui per primo, stato eletto senza preferenze. E lasciamo perdere che l’osservazione vale, di sponda, anche per i vari Angelino Alfano e compagnia. Perché non ha ragione nessuno? Perché la “tecnica elettorale” non peggiora né migliora i candidati. Qualcuno ha ricordo di Alfredo Vito, il mister 100mila preferenze di Napoli travolto dal Tangentopoli? Se l’erano scelto gli elettori, non c’erano allora le liste bloccate.

L’esatto contrario del sistema che ha portato in Parlamento Antonio Razzi, bloccato nella lista di Forza Italia e, prima di cambiare idea, eletto per l’Italia dei Valori, su indicazione del moralizzatore nazionale Antonio Di Pietro. Il quale Di Pietro, giusto tre giorni fa, ha chiesto scusa agli abruzzesi di aver portato alla Camera il pescarese naturalizzato svizzero. Allora forse il problema non è il sistema elettorale, ma sono gli appetiti incoraggiati da una politica non propriamente etica. In mancanza di preferenze, la politica avrebbe l’opportunità di rigenerare la classe dirigente, evitando che le clientele prevalgano sull’interesse pubblico.

Infatti le preferenze non garantiscono la bontà delle scelte (vedasi il succitato Alfredo Vito). Chi fa parte di lobby o di tribù varie ha la meglio su chi non è intrigato negli affari di piccolo o grande cabotaggio. Naturalmente, il popolo ha sempre ragione, anche quando sbaglia. Ma, se ciceronianamente “in vulgo non est ratio“, non è certo la preferenza che renderà saggio il popolo. Qualcuno è in grado di dire, oggi, se erano migliori i parlamenti a preferenza multipla, a preferenza unica o senza alcuna preferenza?

Essendo la risposta scontata, si può trovare la ragione della proposta di Matteo Renzi. Se la sua sfida del cambiamento ha una possibilità di riuscita, lui ha bisogno di decidere il come e anche il “chi”. Il Pd non è un partito di mammolette che si accontenteranno di tornarsene a casa avendo fatto il loro tempo. Giusto o sbagliato che sia il ragionamento, il Sindaco non ha alternative. E il discorso non vale per Berlusconi il quale, preferenze o meno, sceglie e decide lui, anche stando ai servizi sociali.

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