Pensioni: rinuncio alla rivalutazione, ma in cambio di che cosa?

di Antonio Del Giudice
Pubblicato il 19 Maggio 2015 5:38 | Ultimo aggiornamento: 18 Maggio 2015 16:47
Pensioni: rinuncio alla rivalutazione, ma in cambio di che cosa?

Foto Lapresse

ROMA – Scrivo per fatto personale. Sono un cittadino italiano titolare di una pensione “d’oro”, se l’oro non si offende per il paragone. Il mio assegno mensile sarà fuori dalla restituzione che la sentenza della Consulta detta al governo. Da giorni leggo articoli e opinioni, sbircio grafici che non sempre capisco, cerco di trovare una buona ragione che mi convinca della bontà del torto che ho subito e che continuerò a subire. Mi accorgo che in questi anni ho subito una vera mitridatizzazione del contribuente. Un veleno preso una goccia al giorno che, alla fine, non lo senti più neanche a dosi massicce. Alla mancata rivalutazione, decisa del governo Monti-Fornero, mi sono abituato: un diritto non riconosciuto è sempre meno lacerante di un diritto che ti vien tolto. Pecora pronta al nuovo sacrificio, a un certo punto ho avvertito qualcosa che non andava.

Conosco un signore che fa l’impiegato part-time a 1.300 euro al mese, ha casa di proprietà e ne ha un’altra data in affitto, cumula la pensione di sua mamma e l’assegno di accompagnamento di sua zia. Complessivamente, ha un reddito che si avvicina alla mia famosa pensione d’oro. L’anno passato si è visto mettere in busta-paga i risolutivi 80 euro del governo Renzi.

Da un paio di anni, un mio amico ha deciso di cambiare due fornitori delle spese quotidiane, piccole spese: cibo, acqua minerale, riparazioni di elettrodomestici eccetera. Ha cambiato botteghe perché si vergognavo tutte le volte di chiedere lo scontrino, naturalmente non emesso per distrazione. E’ gente che non paga la sanità, la scuola ai figli, gode di agevolazioni fiscali ed è molto parca con il fisco. Altro che pensioni d’oro!

Un mio anziano zio ha un pezzetto di terra che coltiva a oliveto. Tutte le volte che deve fare lavoretti, zappettare l’erba, concimare, potare, non trova nessun operaio disposto a lavorare in chiaro. Una volta si presenta quello in cassa integrazione. Un’altra volta quello che non può superare il numero di giornale per non perdere il sussidio. Italiani (pochi ormai) o extracomunitari, non fa differenza. L’oliveto? Te lo curi da solo o paghi in nero.

Potrei andare avanti per chilometri di articolo a raccontare storie che, peraltro, ognuno di noi vede passare sotto i propri occhi, in questo Paese di molti poveri finti e di pochi poveri veri. E lascio da parte “i poveri” dipendenti dalla criminalità organizzata, ché il discorso si farebbe troppo sofisticato. Siamo un Paese statisticamente falso.

Tralascio le ruberie gigantesche, il saccheggio della pubblica amministrazione che ogni giorno si realizza per mano di ladri, di ignavi, di furbetti e di complici. Mi riporto all’inizio del mio ragionamento. Ormai la rivalutazione me l’avete tolta. Io mi sono abituato a tutto (compreso Imu, Tares, Irperf, bolli e balzelli di ogni genere). Sono anche disposto -perso per perso- a rinunciare ai miei soldi, cioè non rivendico la mia rivalutazione. Ma qualcuno mi suggerisce una ragione, che non siano la mia stanchezza e la mia rassegnazione? Suggestiva l’idea che ho letto da qualche parte di mettere il maltolto in un fondo destinato a spese certe e utili per il Paese. L’idea mi piace, ma siamo sicuri che non finisca all’italiana, come tante altre buone idee?