Astensionismo giovanile al 70%? Non si tratta di qualunquismo ma di scelta politica

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 5 gennaio 2018 5:42 | Ultimo aggiornamento: 5 gennaio 2018 2:22
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Foto Ansa

ROMA – Dopo la sottolineatura del Presidente della Repubblica nel suo rituale discorso di fine anno, il tema dell‘astensionismo giovanile è tornato ad essere oggetto di confronto politico. Alcuni quotidiani hanno pure interpellato esperti sondaggisti, i quali, rileggendo i dati statistici in loro possesso, hanno immaginato che addirittura il 70% dei giovani potrebbe disertare l’appuntamento elettorale del 4 Marzo.

Non ci voleva certo una “ riflessione statistica ” per cogliere l’ampiezza di questa tendenza, che forse, un’attenta generazione di politici del passato, quando la politica era capace di leggere ed anticipare i malesseri che producono cambiamenti nell’animo della società, avrebbe sentito arrivare già prima che si manifestasse.

Tanto per non essere frainteso: non sono un nostalgico dei vecchi tempi, ma credo che molte esperienze positive del passato non debbano essere disperse. A due mesi dalle elezioni quindi, con una campagna elettorale alle porte, quest’ipotetica percentuale, tracimata dalle pagine dei giornali fin sopra le poltrone dei talk show, è stata rivoltata come un calzino un po’ da tutti. Sicuramente non ci sarà da gioire se questa previsione verrà confermata dal voto del 4 Marzo, tuttavia, credo che il dibattito attorno a questo tema, presenta due aspetti che vanno approfonditi e definiti con maggiore chiarezza.

Primo aspetto: la chiave di lettura che va per la maggiore vede in questo astensionismo il sintomo di una democrazia malata. Ma siamo veramente sicuri che sia così? Ci convince questa visione del fenomeno? Per quanto mi riguarda credo nel suo esatto contrario: l’astensione dei giovani è una “ scelta politica ” che contraddistingue un modello democratico in piena salute; a non esserlo è semmai una classe politica che non riesce più a dare risposte adeguate ai problemi che affliggo le nuove generazioni.

Non è quindi il modello democratico a mostrare cedimenti, e semmai, quest’ultimo, si rafforza. Sul banco degli imputati c’è il sistema politico italiano.

Secondo aspetto: un’altra interpretazione ci dice che i giovani sono sempre più lontani dalla politica. Ma anche questa spiegazione credo che non colga bene i fenomeni in corso. Penso che in realtà il livello di partecipazione politica, tra i giovani, sia salito. Se in altre stagioni questo attivismo sfociava nelle strutture partitiche, oggi, invece, trova accoglienza dentro modelli organizzativi diversi, ma che consentono ugualmente di essere politicamente attivi. Ne sono testimonianza la moltitudine di “comitati cittadini ” che spontaneamente si creano nei territori per affrontare problematiche riguardanti una specifica comunità, oppure l’impegno che molti giovani mettono in gruppi, più o meno organizzati, su tematiche di ordine globale, o la partecipazione crescente ad iniziative promosse da realtà che non sono quelle partitiche. Sono convinto che l’astensionismo giovanile ci dica molto di più di quello che riusciamo a capirne.

In quel 70% c’è una chiara consapevolezza dello scenario politico che potrà delinearsi dopo le elezioni politiche: ipotesi numero 1, un governo a guida “salvisconi”; ipotesi numero 2, un governo di “ responsabilità nazionale ” per non tornare ad elezioni nel caso nessuno vinca; ipotesi numero 3, un governo “ pentastellato ” – gli unici che possono fare un “ exploit ” modello Renzi Europee 2014 – con tutte le perplessità del caso.

In questo contesto, i giovani sembrerebbero intenzionati a non presentarsi ai seggi elettorali, mentre buona parte di quelli che lo faranno, ci dicono gli studi sui flussi elettorali delle precedenti elezioni, voteranno probabilmente il M5S.

Tutto questo vuol dire che non credono più nella democrazia? No. Le nuove generazioni, se sceglieranno di non partecipare al voto, lo faranno perché l’offerta politica non sarà stata all’altezza delle loro aspettative, ed almeno per adesso, privilegeranno un cambiamento che si produce nei territori, nelle città, nei quartieri. Non siamo in presenza quindi di un disimpegno. Riconoscono sicuramente nel diritto di voto un valore inestimabile, ma semplicemente interpretano in modo diverso la loro cittadinanza.

A prevalere in loro è una politica dell’attesa. Aspettano il manifestarsi di una nuova proposta politica che riesca a capire e risolvere problemi che fino ad ora non hanno trovato soluzioni. Ma in questa sospensione momentanea del loro giudizio politico, non lasciano però passare inutilmente il tempo. Tutt’altro: esercitano il loro impegno nella quotidianità, producendo nella società spinte propulsive verso il cambiamento, che potrebbero aiutare il formarsi delle condizioni preparatorie al divenire di nuove prospettive politiche. A questo giro, forse, molti di loro rimarranno in attesa, ma sarà facile trovarli, magari il 5 Marzo, ad esercitare il loro voto in un’assemblea partecipativa di un comitato di cittadini che si oppone ad una qualsivoglia delibera comunale.

Non è certo un sentimento di giustificazione dell’astensionismo giovanile che anima questa mia riflessione. Occorre però comprendere che il tema non può essere semplificato e non possiamo fare di tutta un’erba un fascio. Esiste sicuramente una componente giovanile che non è interessata a prescindere, e sulla quale sarà giusto indirizzare adeguate progettualità di sensibilizzazione civica, ma c’è tutto un mondo, del quale probabilmente ci sfugge la consistenza, che invece vuol partecipare ed allo stesso tempo decide di farlo diversamente, nella speranza che la politica con la “ P ” maiuscola li convinca a varcare la soglia del seggio elettorale.