Bellomo gonne corte e sottomissione, ma come si fanno i magistrati in Italia?

di Lucio Fero
Pubblicato il 10 Luglio 2019 10:34 | Ultimo aggiornamento: 10 Luglio 2019 10:34
Francesco Bellomo gonne corte e sottomissione, ma come si fanno i magistrati in Italia?

Bellomo gonne corte e sottomissione, ma come si fanno i magistrati in Italia? (nella foto Ansa, un’immagine di repertorio di Bellomo)

ROMA – Bellomo gonne corte, Bellomo un maestro con tanto di cattedra. Corso privato ma di acclarata e riconosciuta pubblica validità. Bellomo teneva corso di formazione alla professione di magistrato. Corsi molto seguiti, corsi ai quali si aspirava ad essere ammessi. Corsi che effettivamente mettevano gli allievi in condizione di affrontare gli esami per entrare in magistratura.

Bellomo e i suoi peccati di cui si sta occupando appunto la magistratura, Bellomo che (dicono le cronache e sostengono i magistrati) imponeva contratto di comportamento alle sue allieve, Bellomo che secondo l’accusa vietava di sposarsi, accasarsi fino a che si era sue allieve, comandava di inginocchiarsi e non solo metaforicamente, ordinava di apparire e presentarsi con gonna corta e tacchi alti…Bellomo che giocava a farsi padrone di allieve iper obbedienti, qualcosa tra l’adepta di una setta, la serva, la schiava.

Bellomo che preparava ad essere magistrati. Niente meno che magistrati. Dei peccati di Bellomo diranno le inchieste e gli eventuali processi. Delle sue allieve tutti dicono, ovviamente e giustamente, che sono state, se le accuse risulteranno fondate, sue vittime. Ma c’è una questione di cui non si dice: come si fanno i magistrati in Italia?

Se una aspirante magistrato, sia pure sotto imposizione, accetta di essere comandata sul come vestirsi e truccarsi, se sta agli ordini di un maestro padrone, se si piega ad un sedicente contratto di comportamento la cui clausola fondamentale è la disponibilità alla sottomissione…che magistrato sarà qualora magistrato dovesse diventare davvero?

Allievi ed allieve di Bellomo sceglievano, accettavano, subivano ma anche consideravano la sottomissione come merce di scambio per arrivare preparati all’esame. Cosa hanno in testa questi aspiranti magistrati, questi giovani quando pensano al diritto, alla funzione pubblica e sociale del giudice e dell’amministrar giustizia? Che idea hanno di se stessi come futuri magistrati mentre accettano la sottomissione come viatico, merce di scambio, prezzo da pagare per arrivare? Diventati un giorno magistrati davvero continueranno a considerare la sottomissione e l’ossequio come chiave e trampolino per la carriera?

La domanda è stata posta al mattino a Radio 24 e la risposta è arrivata subito e netta: la gente come sempre si auto assolve con innervosita e quasi indignata sorpresa di essere chiamata a qualsiasi responsabilità. Tutti o quasi gli ascoltatori che telefonano contro Bellomo, più o meno. Ma anche tutti a dire che gli aspiranti magistrati che andavano a scuola da Bellomo erano solo e soltanto vittime. In nome del tengo famiglia, del così va il mondo, nessuno dei telefonanti trovava incongruo che per prepararsi ad un esame si accettasse questo, quello e anche quell’altro. Emergeva una condivisa condizione, un pacifico status di sudditi. Magari suscettibili ed esigenti, ma sudditi. L’esser cittadini risultava con tutta evidenza troppo faticoso e impegnativo.

E quindi la domanda aveva alla fine una risposta: per gli aspiranti magistrati che andavano a scuola da Bellomo il potere, anche di un semplice Bellomo, è qualcosa da blandire, assecondare, magari subire, infine scalare. Ecco che magistrati saranno se mai saranno magistrati.