Boris Johnson, sfide e incognite del nuovo primo ministro

di Giampaolo Scacchi
Pubblicato il 30 Luglio 2019 7:47 | Ultimo aggiornamento: 29 Luglio 2019 23:03
Boris Johnson, sfide e incognite del nuovo primo ministro

Boris Johnson, il nuovo primo ministro inglese (foto ANSA)

Boris Johnson (l’ex giornalista, poi sindaco di Londra ed infine ministro degli Esteri) è il nuovo leader dei Conservatori e il nuovo primo ministro britannico. Infatti eletto martedì 23 con due terzi dei voti come leader dei Tory, il giorno successivo è andato a Buckingham Palace per ricevere dalla Regina Elisabetta II l’incarico di primo ministro, pochi minuti dopo le dimissioni formali di Theresa May.  

Nel suo primo discorso da premier, dichiarandosi pronto ad “assumersi tutta la responsabilità” per un’uscita rapida della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ha esplicitamente detto: Brexit il 31 ottobre “senza se e senza ma”. Infatti dopo aver dichiarato che un’uscita dalla Ue senza accordo è una “possibilità remota”, ha poi aggiunto che se “Bruxelles si rifiuterà di riprendere i negoziati” (preparandosi così a dare la colpa alla Ue) ci sarà una uscita “no deal”. Infine ha aggiunto che, comunque, i preparativi per una hard Brexit verranno accelerati per essere pronti a qualsiasi evenienza.

Johnson ha poi subito assicurato che i cittadini europei residenti in Gran Bretagna potranno restare: “Ringrazio i cittadini Ue che vivono e lavorano tra noi per il loro contributo e per la loro pazienza, e li assicuro che questo Governo garantirà con certezza assoluta il loro diritto a continuare a vivere qui”.

In questi  giorni Johnson sta completando la nuova squadra di governo, ma i primi incarichi assegnati danno già un’idea della direzione di marcia a cominciare dal più ardente sostenitore di no deal, Dominic Raab (ex ministro responsabile di Brexit,  promosso ministro degli Esteri) e per l’equivalente del ministero degli Interni di Priti Patel (ultrà della Brexit e già ministra per lo Sviluppo internazionale, nota per alcune controversie, come la richiesta di reintrodurre la pena di morte nel Regno Unito).

Johnson ha poi invitato la Ue a riaprire i contenuti dell’accordo di divorzio siglato da Theresa May e bocciato per ben tre volte dal Parlamento britannico , come ricorda Giampaolo Scacchi. In particolare, l’intenzione è di eliminare del tutto il meccanismo del famigerato backstop (la “polizza” che garantirebbe la non costruzione di un confine fisico tra Irlanda e Irlanda del Nord fino al raggiungimento di un accordo definitivo di separazione) e ritardando il pagamento dei 39 miliardi di sterline dovuti da Londra alla Ue.

La risposta dei vertici europei è stata chiara: no. In una comunicazione inviata ai diplomatici coinvolti nella Brexit, il caponegoziatore per l’Europa Michel Barnier ha classificato come “inaccettabili” le proposte del Premier Britannico Johnson ed anche Jean-Claude Juncker ( presidente  in uscita della Commissione) ha ribadito: l’accordo sulla Brexit siglato tra Londra e la Ue è il “migliore possibile”, e non sarà oggetto di revisioni.

Il premier britannico è stato ieri in Scozia (dove non è certamente molto amato!) e dopo aver annunciato finanziamenti per 300 milioni di sterline per Scozia, Galles e Irlanda del Nord, Johnson si è dato anche l’incarico ufficiale di “ministro per l’Unione” (oltre a quello di primo ministro), per sottolineare il suo impegno a rafforzare i legami che uniscono i quattro Stati del Regno Unito: “Sono orgoglioso di essere in Scozia oggi per mettere in chiaro che credo appassionatamente nella nostra Unione. Voglio assicurarmi che ogni decisione che prenderò come primo ministro promuova e rafforzi la nostra Unione”.

La strategia di Johnson di puntare a un “no deal”, lo porta però in rotta di collisione con il Governo autonomo di Edimburgo, ma anche con il suo stesso partito. Da un lato infatti, Ruth Davidson ( la leader del partito conservatore in Scozia) è fortemente contraria a un “no deal” e ha obiettato che questa ipotesi drastica non era stata contemplata ai tempi del referendum del 2016: “Non mi ricordo nessuno che parlava di un’uscita dalla Ue senza accordi stabiliti per mantenere gli scambi vitali tra la Gran Bretagna e la Ue -, ha detto la Davidson, che è molto popolare in Scozia e ha rilanciato il partito -. Ritengo che il Governo non dovrebbe sostenere un “no deal” e, se lo farà, io mi schiererò contro”. Dall’altro lato poi, la premier scozzese Nicola Sturgeon (La leader del partito nazionalista scozzese -Snp) ha ribadito ieri la sua opposizione alla strategia del nuovo primo ministro inglese: “Gli scozzesi non hanno votato per questo Governo Tory, non hanno votato per questo premier, non hanno votato per Brexit e certamente non hanno votato per un no deal catastrofico.  Boris Johnson ha formato un Governo di falchi con l’unico obiettivo di portare la Scozia e il Regno Unito fuori dall’Unione Europea senza un accordo”. La leader scozzese vuole chiaramente un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia. Infatti il No alla separazione dal Regno Unito aveva vinto con il 55% dei voti nel referendum del 2014, ma secondo l’Snp l’opinione degli scozzesi è cambiata con Brexit e il desiderio di indipendenza da Londra sarà immensamente rafforzato da un “no deal”.

Quindi – chiosa Giampaolo Scacchi – mentre si avvicina una Brexit No Deal, si prospetta una uscita della Scozia dal Regno Unito.