Brexit o no deal? Rischio per Londra: – 9% del Pil. Il Parlamento vota: l’incognita

di Giampaolo Scacchi
Pubblicato il 14 marzo 2019 9:07 | Ultimo aggiornamento: 14 marzo 2019 9:07
Brexit o no deal? Rischio per Londra: - 9% del Pil. Il Parlamento vota: l'incognita. Nella foto l'autore:, Giampaolo Scacchi

Brexit o no deal? Rischio per Londra: – 9% del Pil. Il Parlamento vota: l’incognita. Nella foto l’autore:, Giampaolo Scacchi

Brexit o non Brexit? E quale Brexit? Il Parlamento britannico ha bocciato per la seconda volta l’accordo sottoscritto dal primo ministro Theresa May con i partner europei, riaprendo per l’ennesima volta tutte le ipotesi sul tavolo.

La Camera dei Comuni, infatti il 12 marzo, con 391 voti contrari (contro i 242 favorevole e quindi uno scarto di 149 voti – a gennaio lo scarto fu maggiore, precisamente di 230 voti) aveva respinto nuovamente l’accordo sulla Brexit siglato dalla premier con i partner europei  (aggiornato nella notte dell’11 marzo dopo frenetiche trattative con il presidente della Commissione europea Junker). Evidentemente le assicurazioni ottenute da May sulla “reversibilità del backstop”, il divieto di erigere barriere fisiche tra Irlanda e Irlanda del Nord, non erano bastate a convincere il  parlamento britannico, ormai chiaramente ostile all’accordo del primo ministro.

Come previsto dal tour a tappe “forzate”, riportato nei precedenti articoli da Giampaolo Scacchi, il Parlamento britannico è stato chiamato nuovamente a votare ed è stata approvata con 321 voti a favore la mozione “trasversale” che esclude una uscita “no deal”, cioè senza accordo, che tanto preoccupa.

La Premier May ha parlato soddisfatta di “chiara maggioranza contraria ad una uscita dalla U.E. senza un accordo”; ma ha anche aggiunto che l’opzione di una Brexit no deal resta “ lo sbocco di default in mancanza di un nuovo accordo o di un rinvio”.

 I deputati il 14 marzo sono chiamati nuovamente a votare, a favore o contro a un’estensione dell’articolo 50, il meccanismo istituito dal trattato sulla Ue per disciplinare l’uscita di uno Stato membro. Di fatto, con il termine «estensione» si intende semplicemente un rinvio rispetto alla data già fissata (29 marzo 2019) per avviare il divorzio e una fase di transizione di due anni.  Fondamentale è però che i parlamentari britannici, come ha ricordato il portavoce del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, dovranno «fornire una giustificazione credibile» per un rinvio. La premier May ha sì aperto ufficialmente al rinvio, ma chiede ai deputati di «indicare la strada» che ritengono più opportuna: un accordo rivisto, un nuovo accordo o un referendum. 

Chiaramente, nel caso che gli esiti dei voti parlamentari  di oggi andassero in maniera diversa, si aprono vari scenari, tra cui il più inquietante  è quello di una Brexit “no-deal”, cioè senza tutele diplomatiche; ipotesi questa avversata da tutte le parti in causa, sia dai parlamentari britannici che dagli altri ex partner europei.

I danni, infatti,  di una Brexit “no-deal” sono molti e variano in tutta Europa. A tal proposito, secondo un’analisi fatta dal quotidiano New York Times, la prima vittima di un divorzio “hard” sarebbe proprio il Regno Unito, con riduzione  fino a 9,3% del Pil. A seguire poi tra  i più colpiti ci sarebbe l’Irlanda (a rischio una riduzione di circa il 4% dell’export), con a ruota Slovacchia, Belgio e Germania.

 L’Italia,  sempre secondo le previsioni, rischierebbe di perdere l’1,65% dell’export; senza contare poi la penalizzazione per migliaia di italiani che studiano e lavorano (o vorrebbero farlo) in Gran Bretagna.

Va infine ricordato, come scrive il Guardian, che il Governo olandese ha riferito di essere in contatto con oltre 250 aziende, che  intenderebbero   trasferire le loro operazioni dal Regno Unito all’Olanda; inoltre il ministero degli Affari economici olandese, ha dichiarato  di aver già attirato nel 2018 dalla Gran Bretagna 42 aziende o uffici  e circa  2.000 posti di lavoro. 

Per questo a Londra si parla sempre più insistentemente di un “Delay”, coiè di un rinvio di qualche mese, con il rischio (come ricorda Giampaolo Scacchi) della partecipazione della Gran Bretagna alle prossime elezioni europee.