Brigliadori e Borgonzoni mitiche, due maestre del pensare contemporaneo

di Lucio Fero
Pubblicato il 3 luglio 2018 10:23 | Ultimo aggiornamento: 3 luglio 2018 10:23
Brigliadori e Borgonzoni mitiche, due maestre del pensare contemporaneo

Brigliadori e Borgonzoni mitiche, due maestre del pensare contemporaneo

ROMA – Brigliadori e Borgonzoni mitiche. Unite, affratellate, gemellate dalla casualità della cronaca che le vede e registra esprimersi nelle stesse ore. [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,-Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] Ma soprattutto unite, affratellate, gemellate da un comune sentire finalmente fresco, nuovo, libero. Due autentiche maestre del pensare contemporaneo.

Ecco la prima, ancella e oracolo, del pensiero in libertà. Eleonora Brigliadori che si dichiara “incompresa per la mancata alfabetizzazione rispetto al mio personale alfabeto” è sublime. Come altro vuoi definire un essere umano che assurge a questa vetta non inesplorata ma certamente ardita? Come se non sublime chiamare un umano che dice il resto del mondo essere analfabeta perché non parla e intende la sua personale lingua?

Questo ha detto la Brigliadori: analfabeti voi che non intendete la mia personale lingua. E relativamente poco importa a cosa in concreto si riferisse. Brigliadori intende che quando fa sapere al mondo che il cancro insomma ben gli sta a chi si ostina a pensare sia una malattia e altre comunicazioni similari tipo gli influssi e le essenze sanguigne, le pluri dimensioni temporali e psichiche…Quando Brigliadori dice questo e altro Brigliadori dice che chi non capisce è analfabeta.

Ma non è questo il punto, l’apice della cultura e del pensiero contemporaneo che Brigliadori magnificamente illustra. Punto e apice sono il concetto secondo cui “mio personale alfabeto” è l’alfabeto. L’alfabeto buono è il mio, punto! E’ questo il cuore della rivelazione. Quello che mi passa per la testa è. E’ nel senso che esiste. La mia opinione o pensata o voglia o suggestione o bisogno per il fatto di essere qualcuna di queste cose è, diventa realtà. Il fatto che gli altri che hanno altri bisogni, o voglie o pensate siano “analfabeti” è solo conseguenza e corollario di questa fondazione del mondo per via di volontà magica. Eleonora Brigliadori pittoresca e grottesca nel suo argomentare è tutt’altro che sola nel pensiero contemporaneo che svincola la realtà da ogni verifica scientifica. C’è un intero popolo che pensa alla maniera Brigliadori.

Brigliadori e la sua sorella in spirito Lucia Borgonzoni sotto segretaria leghista alla Cultura. Che con indubbia onestà intellettuale dice in radio, mica a cena a casa sua: “Sono tre anni che non leggo un libro, adesso che sono alla Cultura, magari andrò un po’ più al cinema”. Onesta, sincera. Anche se in realtà non ci vuole ormai più da qualche tempo molto coraggio a dire che non si legge un libro. Non si paga pegno in termini di immagine pubblica. Anzi, magari si incassa una qualche solidale affinità di esperienze. Non leggere un libro mai o quasi mai dopo quelli di scuola è non solo abitudine diffusa, diffusissima. E’ anche ormai una sorta di vanto sociale.

Perché, diciamolo, questi libri sono muffi, stantii…e anche un po’ pericolosi. Vi si possono leggere cose storte e strane. Tipo che nei cinquemila anni di storia umana più o meno conosciuta ogni volta che uno diceva “prima noi” e un altro diceva “prima noi” e un altro diceva “prima noi” e siccome tutti primi era impossibile e nessuno ci stava a fare il secondo…in cinquemila anni è sempre finita male, spesso molto male. Tipo che tutte, proprio tutte le volte che in cinquemila anni uno o più hanno detto: basta con la politica, dopo è andata peggio, molto peggio. Tipo che la democrazia non è il popolo che fa quello che gli pare ma la democrazia è il popolo che si autoregola.

Attività noiosa, desueta, in fondo inutile e anche pericolosa quella di leggere libri. Attività ad alto rischio di anti patriottismo sovrano. Quindi ci sta, eccome se ci sta che un membro di governo addetto alla cultura se ne tenga lontano e affronti i libri con le pinze, per dovere d’ufficio e non certo per piacer suo.