Calcio scommesse, ricovero coatto per i giocatori implicati

di Antonio Del Giudice
Pubblicato il 1 Giugno 2012 7:57 | Ultimo aggiornamento: 1 Giugno 2012 7:57

Il vizio del gioco è come le tossicodipendenze da alcol o da droghe. Si può curare, se il “malato” vuole guarire. Forse per i calciatori implicati nel calcioscommesse non sarebbe male un ricovero coatto, quel Tso che si ottiene con una firmetta del sindaco. Se le nostre star del calcio si comportano come le casalinghe che si giocano la pensione del nonno, è giusto che beneficino degli stessi “aiuti” socio-sanitari. Sembra una barzelletta e un po’ barzelletta lo è per davvero.

Ma forse, oltre la barzelletta, c’è dell’altro. Eviterei toni da tregenda, genere “il calcio è marcio”, per la semplice ragione che ultimamente il “marcio” è una condizione che tocca un po’ tutto. E’ marcia la politica, va da sé. Lo è l’economia, e si vede. Lo è la burocrazia e lo sono i piccoli uomini che si annidano nelle pieghe dell’ambiguità quotidiana. Ormai è “marcio” anche il Vaticano, fra corvi che spiano e papi che sono spiati; fra cardinali che pregano e altri che avvelenano (come ai bei tempi dei Borgia).

Dunque, in un Paese così conciato, non faceva specie che sconosciuti artigiani del pallone arrotondassero i loro stipendi di serie C vendendosi le partite; o ex-calciatori con stipendi di serie B scommettessero contro la propria squadra. Questo fino a ieri. Poi sono arrivati i campioni, giovani in piena attività e con stipendi da serie A, che hanno cominciato ad arraffare, a trafficare con zingari e simili, a viaggiare con le valige di contanti. Alla fine scovano anche i Grandi Azzurri che scommettono milionate per arrotondare i loro (evidentemente scarsi) guadagni. Non è reato scommettere, ché se non ci fossero i giochi lo Stato avrebbe già chiuso per fallimento. Non è etico, ed è proibito ai tesserati che vivono di calcio di scommettere sul calcio: elementare. Forse non è neanche fine, ma questo interessa a pochi intimi.

Adesso, alla “sagra del marcio” non manca proprio nessuno. Neanche quegli ultras che, dalle curve, incitano, sbraitano, minacciano, e ai botteghini (clandestini e no) scommettono contro la propria squadra. Una minoranza certo, ma sufficiente a fare sentire “una banda di pirla” la maggioranza che ancora si imbandiera per la vittoria e si dispera per la retrocessione. E forse è proprio la banda dei pirla che tiene in piedi il “marcio” dei pochi.

Differenze con il resto del Paese, zero. La Politica, il Vaticano, le Banche, i Carrozzoni… Senza “la banda dei pirla”, i furbi non farebbero molta strada. Forse che il pesce puzza dalla coda?