Cappato, perché stavolta ha torto. Quasi quanto ha avuto ragione

Corte Costituzionale ha detto lecito aiutare la scelta di fine vita a quattro condizioni, tra cui la vita garantita dalle macchine. Stavolta questa condizione non c'era e quindi stavolta Marco Cappato ha civilmente torto, quasi quanto ha avuto ragione altre volte. Perché fine vita non coincide con suicidio.

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 5 Agosto 2022 - 10:11
Cappato, perché stavolta ha torto. Quasi quanto ha avuto ragione

Cappato, perché stavolta ha torto. Quasi quanto ha avuto ragione FOTO ANSA

Marco Cappato, con pigra superficialità la stampa, la comunicazione, la tv e perfino la chiacchiera disinformata ne stanno facendo una sorta di araldo del futuro e del giusto. Ma stavolta no, non è come le volte precedenti in cui Marco Cappato era stato impegno e coraggio civile. Disobbedienza civile si dice, anche stavolta. Ma stavolta è stato diverso, molto diverso. E stavolta l’azione di Marco Cappato non è quella di chi agevola e aiuta il riconoscimento, l’esplicarsi di u diritto umano, stavolta l’azione di Marco Cappato è quella di chi raccoglie un’istanza e ne ipostatizza un diritto. Ma ogni, sia pur rispettabile, bisogno individuale è di per sé diritto. Perché il bisogno individuale, anche nel campo del fine vita, deve coordinarsi e eventualmente fermarsi al confine dell’interesse collettivo. Altrimenti il bisogno diventa pretesa travestita da diritto.

Aiutare a morire

La Corte Costituzionale italiana ha stabilito che non è reato, che si può aiutare a morire altro essere umano. A precise condizioni: malattia irreversibile, sofferenza insopportabile, piena coscienza e palese volontà di chi chiede di morire e stato di prosecuzione della vita di fatto artificiale perché legato a macchine che permettono le funzioni vitali. Non sono limiti, sono garanzie. Marco Cappato ha fatto cosa buona e giusta quando ha materialmente accompagnato ad una fine voluta e liberatoria esseri umani legati alla sofferenza e alle macchine sanitarie. Ha fatto cosa buona e giusta di fronte all’inerzia ipocrita e pilatesca del Parlamento e anche della burocrazia sanitaria. Ma stavolta la donna che aveva scelto di morire non dipendeva da macchine per continuare a vivere. E la sua scelta individuale di fine vita non può per questo diventare canone di legge e neanche di azione civile.

Fine vita non è suicidio

La libertà di porre fine alla propria vita e la liceità di aiutare chi vuole farlo non può e non deve essere confusa con la libertà di suicidio e di aiuto al suicidio. Un essere umano malato in maniera irreversibile e tenuto in vita artificialmente ha il diritto che la collettività o chiunque voglia lo aiuti a porre fine  sofferenze incurabili e a vita artificiale. Ma in assenza delle condizioni di vita artificiale e malattia incurabile questo diritto, se statuito, diventerebbe tutt’altro. Diventerebbe la liceità di aiutare a suicidarsi il depresso e disperato, diventerebbe da libertà del fine vita a licenza di suicidio. Stavolta Marcio Cappato ha civilmente quindi torto, quasi quanto altre volte ha avuto ragione,