Casaleggio, Grillo e la grande mistificazione del M5s

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 7 maggio 2018 5:00 | Ultimo aggiornamento: 6 maggio 2018 21:23
M5s, la grande mistificazione di Casaleggio e Grillo

Casaleggio, Grillo e la grande mistificazione del M5s

ROMA – “Basta che ci credano”, scrive Giuseppe Turani sul suo blog Uomini e business, ricordando il pensiero di Gianroberto Casaleggio. Così nasce la bolgia populista del Movimento 5 stelle, tra Casaleggio, Grillo e la grande mistificazione.

“Ma da dove arriva questa infernale bolgia populista? Subito dopo la guerra un’Italia fatta di contadini analfabeti ha avuto l’intelligenza di scegliere la repubblica invece della monarchia, e adesso, dopo settant’anni di benessere, scuola e istruzione, iPad e telefonini, il settanta per cento degli italiani sceglie come propri rappresentanti degli impresentabili populisti? Che cosa non ha funzionato? Rispondere non è facile. Cominciamo con un aneddoto.

Anni fa ho avuto uno scontro con lo studioso italo-americano John La Palombara il quale sosteneva che l’Italia nel dopoguerra aveva avuto una classe politica eccezionale. Benché appartenenti a due culture nemiche del mercato e della modernità (la cattolica e la marxista), sosteneva, in pochi anni siete passati da paese contadino semi-distrutto dalla guerra a una delle maggiori potenze economiche del mondo.

Ripensando alla Dc di quegli anni e al Pci, risultava difficile dare ragione a La Palombara, ma i fatti erano lì a provarlo. La lezione che se ne ricava, però, è che anche con una classe politica tutto sommato modesta, e addirittura ideologicamente avversa allo sviluppo, si può crescere.

Il segreto, come sempre, sta nelle cose, nella realtà dura e pura: c’era un paese da ricostruire, c’erano risorse, c’era voglia di crescere. E il miracolo è nato. Anni dopo uno degli uomini più intelligenti della Dc, Piero Bassetti, ha avuto l’onestà di spiegare quello che era successo: “Non siamo stati particolarmente bravi, abbiamo semplicemente capito che al paese andavano lasciate le briglie lunghe, senza infastidirlo troppo”. E il paese è decollato.

Non solo. Quella classe politica, non brillantissima, fa comunque le scelte giuste: sta con l’America e non con l’Urss, sta nel mercato comune, sceglie cioè l’Europa e non l’isolamento. Anzi, i patti che segnano la nascita del mercato comune vengono firmati a Roma (cosa che probabilmente i sovranisti e populisti di oggi nemmeno sanno).

Oggi le condizioni sono molto diverse. Intanto non ci sono risorse inutilizzate (tranne quella del lavoro), il paese è afflitto da un debito mostruoso e paralizzante e da una classe burocratica immensa e potentissima. Varie magistrature, infine, contribuiscono a rendere ancora più complesso (a volte, incomprensibile) il campo di gioco.

Ma tutti questi sarebbero anche ostacoli superabili in qualche modo. La vera difficoltà consiste nel fatto che il paese si è organizzato in corporazioni. Soggetti fortissimi e ben decisi a non arretrare di un solo millimetro (vedi il caso dei taxisti). E quindi non si riesce a sfondare. Basti vedere le fatiche fatte per liberarsi di un relitto del secolo scorso come l’articolo 18: una specie di guerra civile, che non è ancora finita. Si fa il Job Act, che un po’ liberalizza il mercato del lavoro, e tutti lì a contare quanti posti di lavoro ha creato: troppo pochi. E tutti dimenticano che mai si sono fatti posti di lavoro per legge. Semmai, questo, è stato un errore di Renzi farlo credere.

I posti di lavoro veri si fanno con la crescita e la crescita si fa se si abbattono le barriere che impediscono alla società di rinnovarsi. Ma la cosa difficile è proprio quest’ultima. In conclusione, la classe politica tradizionale non è eccezionale, ma forse (a parte alcune personalità) non lo è mai stata, non lo è mai. Solo che oggi, a differenza degli anni passati, si trova a dover agire dentro un paese fossilizzato e ossificato dalle corporazioni. Una buona politica deve avere il coraggio di rompere questo impasto paralizzante. Ma questo non si poteva chiedere a governi (quelli recenti) tenuti insieme con acrobazie e continui compromessi. Si può chiedere solo a una politica forte.

In futuro, con il sistema proporzionale, sarà ancora peggio: di default avremo infatti una politica debole, ostaggio delle manovre interne dei partiti e delle varie lobbies e votata al compromesso. In sostanza, se fin qui l’azione governativa vi è sembrata scadente, preparatevi a vedere quello che accadrà nei prossimi anni. La rottura si ha all’inizio degli anni Novanta, quando un’intera classe politica (meno quella comunista) viene spazzata via dalle inchieste di Mani Pulite. In effetti si era esagerato. La politica era diventata molto costosa e la corruzione quasi una regola costante.

Mani pulite funziona come una ruspa: spazza via tutto quello che trova di fronte a sé. E da quel momento parte una gara (non ancora finita): se sei un bravo Pm devi incriminare almeno un politico. Più è alto il livello, più sei bravo.

La politica, a partire da quel momento, viene coperta da un discredito da cui non si risolleverà più. Se ne rendono conto a sinistra, dove viene inventata la candidatura di Romano Prodi come leader della coalizione che poi vincerà le elezioni. Prodi non aveva mai pensato di fare politica, gli piaceva il suo mestiere di economista e si trovava bene nella sua bella Bologna. Viene scelto, a tavolino, perché si sente il bisogno di presentare agli elettori un faccia nuova, non compromessa con le storie precedenti.

Sarà un caso (ma forse no), a destra accade la stessa cosa. E leader dello schieramento avversario diventa un’altra persona che mai avrebbe pensato di fare politica: l’imprenditore Silvio Berlusconi. Tutto il resto rimane come prima. Fatte fuori le prime file, vengono avanti le seconde. Ma in testa ci sono Prodi e Berlusconi, due novità.

Questa politica, arrangiata in qualche modo, riesce comunque a fare ancora una cosa meritoria e che entrerà nella storia. Sul finire degli anni Novanta, Prodi e Ciampi (allora governatore della Banca d’Italia) riescono far entrare l’Italia nell’euro. I nostri conti non erano proprio a posto, ma con qualche taroccamento e qualche aggiustamento (più qualche aiuto tedesco), l’operazione riesce e l’Italia si salva.

Continua però l’opera di denigrazione della classe politica, a volte sbagliando. Con Prodi, miracolosamente, il rapporto debito pubblico/Pil va sotto quota 100, cosa che non accadeva da anni. Nel 2007 esce i libro “La casta”, e è l’inizio della rovina. La classe politica viene messa alla berlina per i suoi piccoli e grandi vizi. Poco dopo, Grillo e Casaleggio padre danno vita al Movimento 5 stelle, che riprende tutte quelle polemiche sulla casta e che introduce nella politica italiana una novità: la delegittimazione personale. Gli attacchi, violenti e ripetuti, alle singole persone.

Il vero e il falso si mischiano. Vale la regola di Casaleggio padre: “Basta che ci credano”. Tutto fa brodo e tutto serve per far credere che i politici tradizionali siano incapaci e ladri. La crisi, che scoppia nel 2007, fa il resto. Il paese è oggettivamente in difficoltà. Ci sono gli sbarchi degli immigrati. E i conti in disordine. Ci si muove a fatica dentro quella realtà.

La politica tradizionale, quando riprende in mano il gioco, dopo la parentesi di Monti, non si comporta malissimo. Il paese viene gestito come meglio forse non si potrebbe. Ma nessuno riesce a fare miracoli. I disoccupati ci sono e sono tanti. Il Sud, che non è mai stato bene, sta malissimo. Gli affari ristagnano.

Ma il paese, ormai, è poco governabile. La delegittimazione della politica ha spinto in avanti burocrazia e magistratura, che sono i veri poteri forti ancora in azione. Renzi, con una certa ingenuità forse, tenta di il colpo gobbo con il referendum del dicembre 2016: una rivoluzione per riportare il potere dove dovrebbe stare, e cioè nel governo centrale. Ma poteri forti e poteri deboli si coalizzano e Renzi viene battuto. E l’Italia torna indietro invece di andare avanti.

Da quel momento davanti ai populisti si apre una prateria. Alle loro spalle ci sono tre decenni di polemiche e inchieste contro la politica tradizionale (spesso inventate, l’elenco dei politici poi assolti è lunghissimo). I grandi giornali e le tv, chissà perché, scelgono di stare con i populisti, forse immaginando che siano portatori di un rinnovamento della politica.

Non capiscono che si tratta di materiale già avariato dalla nascita. I 5 stelle sono un delirio di stupidaggini: il peggio del web, ignoranza assoluta. I leghisti di Salvini, molto filo Putin (ma che matti), sono dei razzisti, per il resto predicano anche loro cose insensate. Ma fra i giornali e le tv è una gara nel sostenerli. Probabilmente si pensa che, se arriveranno al potere, cambierà tutto negli organigrammi e finalmente potremo farci avanti.

Il risultato, purtroppo, di questo mix di sciocchezze e di ambizioni di potere della magistratura, dei media e della burocrazia, è quello che si è appena visto: con il 70 per cento dei voti populisti e sovranisti non sono riusciti a fare un governo e reclamano con alte grida nuove elezioni.

Il governo che prima o poi faranno, con le idee che hanno, metterà il paese nei guai e sarà rigettato da tutti i nostri partner. Per rimettere in sesto il paese serviranno anni e anni. Ma quelli che in questi anni hanno sostenuto, appoggiato e propagandato sovranisti e populisti saranno sempre lì a darci lezioni.

Era già successo con il fascismo. Accadrà ancora”.

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