Cesare Lanza. Ferruccio De Bortoli, il coraggio di dire no ai padroni

di Cesare Lanza
Pubblicato il 2 Maggio 2015 12:18 | Ultimo aggiornamento: 2 Maggio 2015 12:18
Cesare Lanza. Ferruccio De Bortoli, il coraggio di dire no ai padroni

Ferruccio De Bortoli. Addio alla redazione del Corriere della Sera

ROMA – Cesare Lanza ha pubblicato questo articolo anche sul suo blog.

Cito dal libro di Giovanni Valentini, “Le voci del villaggio, che a sua volta cita da “Gianni Agnelli visto da vicino”, di Pietro Ottone:

“L’ideale dell’informazione obiettiva, quella che comporta l’obbligo di dire le cose come stanno, senza secondi fini, non ha mai conquistato l’animo dei giornalisti italiani”.

Difficile pensarla diversamente dal leggendario Avvocato: la colpa è sempre dei giornalisti, il tormentone è noto… Però, però! Qualche giustificazione, signori della corte, c’è.

Cosa possiamo aspettarci dai giornalisti, se i loro direttori sono, quasi tutti, schierati sugli attenti di fronti agli editori? E se gli editori, quasi tutti, preferiscono direttori “yes man”, attenti a vigilare sui loro interessi, anziché fare i giornali con “l’obbligo di dire le cose come stanno, senza secondi fini”? I giornalisti si adeguano.

Una volta, i giornali erano di proprietà di editori cosiddetti “puri” perché non avevano altri interessi, al di fuori degli incassi provenienti dalle vendite e dalle inserzioni pubblicitarie. Oggi, le cose sono cambiate: la proprietà è in mano a personaggi che legittimamente curano interessi e strategie personali e aziendali, il giornale è diventato uno strumento di potere più che di informazione, i bilanci dei giornali sono secondari rispetto a quelli delle aziende dei medesimi proprietari.

Dai massimi sistemi alla cronaca dell’addio di Ferruccio De Bortoli da direttore del Corriere della Sera.
Tra i miei ragazzi, che assunsi al Corriere di informazione a metà degli anni 70, Ferruccio non è stato il miglior giornalista, ma sicuramente è di gran lunga il più importante dirigente.

Pensando a quanto ho scritto prima, De Bortoli sicuramente fa parte del ristretto numero di direttori veramente indipendenti dal potere delle proprietà editoriali. Con ciò, anche per evitare elogi mielosi e commemorativi, non voglio dire che De Bortoli sia stato indifferente di fronte agli interessi degli editori. Ma De Bortoli lo ha fatto con intelligenza, dignità, discrezione e senso della misura: più di una volta si è ribellato di fronte a “input” o situazioni inaccettabili.
Il saluto di De Bortoli è coerente con la sua personalità: chiaro, onesto, finalmente con qualche appuntita e orgogliosa, forte e aspra, frustata (potevano essercene in quantità industriale). Significativo il riferimento ai “troppi e litigiosi azionisti”. Non condivido l’apprezzamento per Mario Monti, “che ebbe per fortuna dell’Italia l’incarico del presidente Napolitano di guidare il governo”. Quale fortuna? Monti è stato il peggiore premier della storia repubblicana, il professore che ha aperto la strada ad una sciagurata stagione politica priva, con il consenso di Napolitano, di passaggi elettorali: quindi una stagione antidemocratica.

Divertente la definizione di Renzi, “un giovane caudillo, un maleducato di talento, uno che disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche.”

Forte la dichiarazione: “Personalmente mi auguro che Mattarella non firmi l’Italicum, una legge sbagliata.”

De Bortoli, giustamente, sostiene –anacronisticamente – che i giornali debbano essere scomodi e temuti per poter svolgere un’utile funzione civile. Evviva! Gli offro d’istinto e per affetto un posto d’onore nel mio movimento “contro la rassegnazione e i pregiudizi”. Dice che i bravi giornalisti spesso ne sanno più di coloro che vorrebbero zittirli. Vero. Ma è anche vero, purtroppo, che troppi giornalisti sono superficiali, ignoranti e rassegnati all’inchino.

Le notizie sono notizie, dice De Bortoli: anche la mia, più che un’opinione, è una desolante notizia. Basterebbe fare un censimento. Il senso di equilibrio di Ferruccio è mitico: rispetto sia l’equilibrio, che lo ha portato a dirigere per dodici anni il Corriere, sia pure in epoche diverse, e rispetto le sue opinioni. Ma mi dispiace che Luigi Einaudi sia citato più o meno come Mario Monti.

Il discorso si conclude senza saluti verso gli azionisti che rappresentano la proprietà e i massimi dirigenti. E, lo dico io perché De Bortoli non lo dice, alla fine della fiera perché Ferruccio è esonerato? Forse per mancanza di qualità? No: lo dimostrano l’allungamento del contratto, evento mai registrato contestualmente con un esonero a scadenza, e le difficoltà nel trovargli un successore. De Bortoli è saltato perché, con una serie precisa di posizioni ribelli, ha urtato le personalità e gli interessi di alcuni azionisti, in maggioranza. Se il suo successore si comporterà come ha fatto lui, rigido e inflessibile anche se non eroico, incontrerà gli stessi problemi, e anche più forti e impervi.