Cina, doppia svalutazione record perché ha il fiato corto

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 13 agosto 2015 7:11 | Ultimo aggiornamento: 12 agosto 2015 20:14
Cina, doppia svalutazione record perché ha il fiato corto

Cina, doppia svalutazione record perché ha il fiato corto

ROMA – Giuseppe Turani ha pubblicato questo articolo anche su “Uomini e Business” con il titolo “Il fiato corto della tigre cinese”.

La Cina, fino a ieri beniamina dei mercati e adorata locomotiva mondiale che con la sua crescita a due cifre trascinava il resto del pianeta, da un paio di giorni si è trasformata nel terrore dei mercati. E questo perché in due successivi interventi ha svalutato la propria moneta di oltre il 3,5 per cento.

Con questa mossa alla Cina riesce più facile esportare mentre agli altri paesi risulta più difficile, e meno conveniente, andare a vendere le loro merci in Cina. Gli operatori dei mercati, e gli osservatori in genere, hanno concluso che di fatto questo rappresenta una specie di freno all’economia mondiale, e quindi si sono allarmati. La vicenda sembra aver colpito soprattutto le aziende del lusso, che prima esportavano molto in Cina e che adesso dovranno rassegnarsi a fare meno affari con Pechino (o meno vantaggiosi).

La cosa può sembrare curiosa, ma non è così. La Cina, sostanzialmente, importa materie prime e le trasforma in beni di bassa qualità, che però esporta ovunque e in grandissima quantità. Per i prodotti di maggior pregio va sui mercati stranieri a comprare. Due soli esempi: a Cina è il paradiso delle auto tedesche e del “made in Italy”. Dopo la svalutazione sia i fabbricanti tedeschi di auto che gli stilisti italiani avranno qualche difficoltà in più. In qualche caso anche difficoltà molto grandi. Le Borse europee, ovviamente, sono precipitate, proprio quando l’economia europea sembrava andare meglio e tutti erano diventati un po’ più ottimisti.

Ma c’è una preoccupazione: la possibilità che la mossa della Cina apra la stagione per una nuova guerra delle valute, con svalutazioni successive da parte dei vari paesi coinvolti. Cosa che finirebbe con il creare un grande caos valutario e molta instabilità economica. Una situazione incontrollabile. E quindi pericolosa.

In realtà dietro la mossa cinese c’è un fatto concreto molto serio: l’economia di Pechino è in affanno. Le fonti ufficiali dicono che quest’anno la crescita sarà del 7 per cento, ma è assai probabile che si arrivi a stento al 5 per cento. Un valore quasi ridicolo per un paese che era stato abituato a crescere intorno al 10 per cento.

Per i cinesi una bassa crescita significa crisi sociale e politica molto forte. Da qui la decisione di cambiare il verso delle cose in ogni modo. In teoria una cosa semplice, in un paese in cui governo e partito controllano ogni cosa. In realtà, la questione non si è rivelata così facile. Prima hanno provato con una ricetta keynesiana classica: hanno stampato moneta. Ma non ha funzionato.

Quindi sono passati alla svalutazione.

In sostanza, anche i super-potenti boss di Pechino hanno dovuto arrendersi di fronte alla realtà delle loro economia che, come tutte le economie, rifiuta di fare quello che le dicono dall’alto. E quindi si è dovuto cercare un sistema per esportare un po’ di più e dare così quello slancio che oggi manca all’economia cinese, la svalutazione appunto.

Adesso che cosa succederà? La crisi potrebbe durare anche un po’. La loro svalutazione è stata modesta rispetto a quella dell’euro verso il dollaro, ma ha fatto molta impressione perché una cosa così non si era vista, a Pechino, da due decenni. E poi l’economia  cinese è molto grande.

Non mancano, comunque, gli ottimisti. La moneta cinese oggi è strettamente controllata dal governo, che fissa ogni giorno il suo valore rispetto alle altre valute. I problemi di questi giorni dovrebbero far capire ai cinesi che non è possibile far funzionare un sistema di mercato con la moneta amministrata dallo Stato: bisogna affidarla al libero gioco dei mercati. Se il paese va bene, e è virtuoso, la moneta va su, altrimenti va giù. In ogni caso, si interviene sull’economa, rendendola più competitiva. Giocare con le monete non basta.