Premier Fico, arma segreta di Mattarella: un incarico per spezzare i niet dei partiti

di Claudia Fusani
Pubblicato il 12 aprile 2018 14:11 | Ultimo aggiornamento: 12 aprile 2018 14:12
Premier Fico, arma segreta di Mattarella: un incarico per spezzare i niet dei partiti

Premier Fico, arma segreta di Mattarella: un incarico per spezzare i niet dei partiti

Premier: Casellati o Fico? La strada istituzionale che sembrava scartata, torna in auge in questo articolo di Claudia Fusani, pubblicato anche su Tiscali News.

Al secondo giro di consultazioni (giovedì e venerdì) al Quirinale, il presidente della Camera, Roberto Fico, mano sinistra del Movimento 5 Stelle, si ritrova per scelta e per caso al centro della scena politica. Al Colle e dintorni prende corpo l’ipotesi che potrebbe essere lui il jolly per provare a uscire dallo stallo, la figura istituzionale alla quale dare l’incarico esplorativo per cercare la maggioranza tra le forze politiche.

Nel Pd l’apertura ai 5 Stelle non è più un tabù. Ed è quel tanto che serve e che basta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per allargare i modi e le possibilità di uscire dallo stallo con una soluzione politica. Un modo in più per “dare tempo ai partiti senza perdere tempo”. Per provare ad evitare l’ipotesi del ritorno alle urne che, scartato il mese di giugno ma aprendo la finestra di autunno, ieri è tornata a circolare nei conciliaboli a Montecitorio. In fondo, sarebbe la via d’uscita migliore per le due forze che hanno ottenuto più voti il 4 marzo. Sarebbe, per loro, il modo più semplice per diventare i protagonisti del nuovo bipolarismo.

Se Di Maio comincia a soffrire la stanchezza del ruolo e lo stallo delle trattative, il suo ex competitor alla guida dei 5 Stelle ha vissuto un momento di grande empatia popolare.

Non c’è dubbio che, quando si sono trovati un po’ tutti alla festa della Polizia, sia stato Fico l’uomo con cui parlare per capire se e in quale direzione potrà muoversi lo stallo. Ha incrociato il segretario del Pd Maurizio Martina, quello della Lega Matteo Salvini – che non parla più di incontri con Di Maio – e persino Gianni Letta, l’uomo degli accordi per conto del Cavaliere.

S’è parlato anche della presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, come prima destinataria di un incarico esplorativo: “Spero che non ce ne sia bisogno, spero che prevalga la ragione sul pregiudizio” ha detto. Non dovrebbe essere questa la posta in gioco del secondo giro di consultazioni.

I partiti ancora una volta devono spiegare al presidente Mattarella qual è il loro piano. Il nome cui affidare l’incarico. Se non si dovesse arrivare a nulla, molto probabilmente non ci sarà comunque un terzo giorno di consultazioni, un ennesimo e inutile carosello. Più facile che il Capo dello Stato dica ai leader di aspettare una loro chiamata quando avranno qualcosa di concreto da proporre.

O che decida, ormai la prossima settimana e non venerdì, di affidare l’incarico esplorativo alla presidente Casellati. Sarebbe, questo, un modo per far sentire coinvolto Berlusconi che ogni giorno Di Maio respinge come “emblema dell’immobilismo” suggerendo a Salvini di rompere con gli alleati.

Quella del “terzo uomo” è una partita del dopo, quando tutto il resto è già fallito o neppure iniziato. Una partita diversa e per la quale potrebbe tornare utile e strategico (soprattutto per frenare i malumori della base) tentare un’ultima chance con Roberto Fico. Con lui non sarebbe un incarico esplorativo ma “vero”. Di Maio dovrà essere ovviamente d’accordo a fare un passo indietro. Così come Salvini (che lo ha già fatto). Il presidente della Camera sarebbe chiamato in causa, a quel punto, in quanto garante di un possibile accordo a sinistra con il Pd e LeU.

Parlare oggi di un accordo di programma Pd-LeU e 5 Stelle sembra veramente uno scenario del terzo tipo. Giovedì il segretario Maurizio Martina andrà al Quirinale per ribadire quanto già detto la scorsa settimana: il Pd si tiene fuori dal governo ed è pronto a incalzare la maggioranza su quattro temi (lavoro e lotta alla povertà, conti pubblici, immigrazione ed Europa). Ma l’assemblea dei gruppi, che ieri sera ha confermato la linea dell’ex segretario, ha diviso una volta di più il partito. Dopo settimane di indiscrezioni e mezze frasi, Dario Franceschini, Francesco Boccia e Andrea Orlando hanno insistito sulla necessità di un dialogo con i 5 Stelle. Quanto meno di andare a vedere cosa propongono. Il famoso programma. E’ stato un chiarimento importante che s’è consumato senza attacchi personali. Una lunga discussione che è servita a fare il punto su quanto accaduto finora – primo giro al Colle e interviste-messaggio come quella di Di Maio in cui chiedeva al partito di “sotterrare l’ascia di guerra” – e cosa andare a dire giovedì. Matteo Renzi ha preferito non essere presente “per non condizionare il partito”.

Il reggente Martina ha chiarito che il Pd “non può immaginare la strada proposta da Di Maio, la sua è una logica irricevibile: Pd e Lega non sono interscambiabili e denunciare questo non significa essere indifferenti a quello che accade”. Poi è stato Franceschini che ha prima esortato a riprendere il confronto interno senza delegittimazioni: “Non si devono evocare complotti se qualcuno ha un’idea diversa” ha detto e “non fate tweet dicendo fuori che sto proponendo un governo con Di Maio”. Poi ha rilanciato la sua proposta: “Il governo Di Maio-Salvini sarebbe un incubo per l’Italia” quindi il Pd dovrebbe cercare di farlo saltare rilanciando un’iniziativa con i pentastellati sui propri quattro punti. Allineato Boccia mentre Orlando ha sottolineato “l’ambiguità” dei 5 Stelle e ha proposto di “incalzarli sui nostri temi per vedere cosa succede”. Insomma, prendere l’iniziativa per non rischiare di restare del tutto fuori.

Ma contro le aperture di Franceschini si è alzato il muro dei renziani. Che forse è sbagliato definire così visto che Delrio, Orfini, Marcucci, Fassino e gli altri hanno motivato in modo profondo il loro niet. “Non possiamo che stare all’opposizione – ha detto Orfini – il 50% degli italiani ha votato i sovranisti. Noi li abbiamo contrastati nella legislatura scorsa, oggi hanno l’onere di tentare di governare l’Italia”. Attenzione poi a mostrarsi preoccupati: “Anche la gestione della Commissione speciale (presidenza alla lega, ndr) qui alla Camera dimostra come l’accordo Lega-M5s sia molto avanti e tutto il resto solo tattiche diversive”. Più duro di tutti Graziano Delrio: “Tra noi e loro ci sono distanze abissali, siamo incompatibili. Se noi ci avvicinassimo a loro, perderemmo la nostra credibilità. Quella di Di Maio è un’ operazione trasformistica e di potere”. Il Pd ad oggi non è quindi disponibile ad un governo con i 5 Stelle perché “mancano di cultura istituzionale”. Ma quella fessura è stata aperta. E tornerà utile dopo il 21 aprile quando il Pd avrà deciso, in assemblea, se nominare un segretario o andare a congresso in autunno. Sarà, quello, l’ennesimo passaggio difficile per l’ex – e oggi molto tormentato – partito di maggioranza.

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