Giustizia. Ministro Orlando e Csm, dialogo tra sordi. Magistratura resta sola

di Claudia Fusani
Pubblicato il 11 novembre 2014 7:29 | Ultimo aggiornamento: 11 novembre 2014 0:42
Giustizia. Ministro Orlando e Csm, dialogo tra sordi. Magistratura resta sola

La magistratura è rimasta sola

ROMA – Per vent’anni si sono insultati, senza giri di parole. Lo schema era semplice: da una parte Berlusconi, al centro di svariate inchieste giudiziarie da cui cercava di mettersi al riparo con leggi più o meno ad personam; dall’altra la magistratura che difendeva la propria autonomia ed indipendenza palesemente sotto attacco.

Oggi è tutto molto più complicato, “più subdolo” per dirla con le parole di alcune toghe:

“Oggi il governo Renzi sta cercando di riscrivere le regole dell’equilibrio tra poteri con l’obiettivo di fare della magistratura non più il terzo potere dello Stato bensì un dipendente dello Stato”.

Il problema è che il loro unico interlocutore, il ministro Guardasigilli Andrea Orlando, è un muro di gomma alle loro richieste ma oggi è anche l’unico e migliore alleato “politico” che la magistratura possa avere. Per dirla più semplice, Orlando è il minore dei mali per una magistratura “sola” che ha perso anche l’appoggio di certa grande stampa un tempo alleata senza se e senza ma.

È questa la fotografia dopo mesi di riforme della giustizia strombazzate ma ancora molto indietro. E dopo tre giornate che segnano un giro di boa importante in questa lunga storia tra toghe e politica. Dove però – ed è questo quello che denunciano i magistrati di tutte le correnti – l’unica cosa che non cambia è che il servizio giustizia, cioè una giustizia più efficace per i cittadini, le imprese, gli investitori, non sembra destinato nel breve periodo a funzionare meglio.

Nel fine settimana l’Anm, il sindacato delle toghe, ha portato in fondo una drammatica assemblea generale che ha rischiato di dividere i novemila magistrati italiani ma che alla fine ha deciso di non proclamare il temuto sciopero (“ci accuserebbero di farlo solo perché ci hanno ridotto le ferie, una trappola in cui non cadiamo”) ma di restare in agitazione e di raccontare passo dopo passo “benefici e/o disservizi” delle varie riforme di cui si vanta il governo. Che per ora sono due: il decreto sul processo civile che punta a portare in sedi private (degiurisdizionalizzazione) molti contenziosi ma non obbliga a farlo col rischio di non diminuire il numero dei processi e, quando lo fa, di “esporre i soggetti più deboli ad avere meno tutele” (Piergiorgio Morosini, Md, membro togato del Csm).

Nel frattempo il decreto sul civile taglia le ferie ai magistrati, la notizia che è passata più facilmente nell’opinione pubblica col grido renziano:

“Sacrifici per tutti, anche per le toghe”.

Sull’onda di un altro slogan – “chi baglia paga” – il governo ha incardinato un altro provvedimento molto delicato: la responsabilità civile dei magistrati, cioè il magistrato che può essere condannato a risarcire un cittadino che ha subito provvedimenti giudiziari ingiusti.

In Italia esiste già una legge, la Vassalli del 1988, ma non funziona (4 condanne in 26 anni). E nel frattempo l’Europa ci chiede (altrimenti è già pronta una multa milionaria) di comprendere, tra le cause per chiedere i danni, anche il mancato rispetto delle norme comunitarie.

Insomma, come si vede, nulla in questi provvedimenti sembra risolvere il vero problema: l’arretrato nel civile e nel penale; i tempi del processo e quindi anche la certezza di una giustizia che arriva nei tempi giusti.

Oggi il ministro Orlando, che domenica ha scansato per un soffio lo sciopero, ha fronteggiato il plenum del Csm insediato da poco e ancora non incontrato nella sua ufficialità ma che ha già approvato due pareri molto critici. Soprattutto sulla responsabilità civile. Tre ore di faccia a faccia e alla fine la sensazione che si tratti di un dialogo tra sordi.

Il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini ha messo in guardia il governo:

“La magistratura è pronta ad assumersi la responsabilità delle riforme in nome di una vera efficienza ma il Csm vigilerà a tutela dell’indipendenza e darà tutti i pareri necessari. Ed è chiaro – ha ammonito – che senza risorse non ci possono essere riforme”.

Per dirne una, inutile parlare di processo civile telematico se non ci sono computer, banda larga e personale in grado di usarli.

I membri del Csm, nel corso del dibattito, si sono divisi i compiti per dire tutto quello che non va.

Praticamente tutto. Il procuratore generale Ciani ha avvertito: “La tagliola del 31 dicembre 2015 manderà in pensione il 30 per cento dei vertici della Cassazione e sarà paralisi”.

Ercole Aprile, giudice di Cassazione, dopo la denuncia del prepensionamento forzato (400 magistrati che ricoprono incarichi direttivi) che “creerà vuoti di organico incompatibili con un accettabile servizio della funzione giudiziaria” ha messo in fila le priorità vere che però il governo non prende in considerazione:

“Una riforma della prescrizione per garantire la punibilità e quindi giustizia”; “norme urgenti ed efficaci su autoriciclaggio e falso in bilancio per combattere corruzione ed evasione”; “la riforma delle impugnazioni per limitare l’eccessivo numero di processi”.

Guai, ha ammonito, “se il magistrato dovesse diventare una burocratica macchina di sillogismi”.

Luca Palamara, ex presidente dell’Anm, e membro togato di Unicost ha avvisato il ministro:

“Avete tolto il filtro di ammissibilità per le cause di responsabilità civile ma questo avrà l’unico effetto di portare da 400 a 4 milioni le domande di risarcimento che saranno per lo più infondate e avranno l’effetto di paralizzare i tribunali civili”.

Claudio Galoppi, quella parte di Mi che avrebbe voluto uno strappo più chiaro nei confronti del Governo, ha attaccato “misure settoriali e frammentarie che mancano di organicità”.

Per non dire “eccentriche: tagliare le ferie non ha nulla a che fare con il recupero di efficienza”.

Perché invece, ha chiesto al ministro davanti a lui dall’altra parte dell’aula Bachelet

“non sono state fatte subito quelle semplificazioni dei codici e delle procedure che chiediamo da anni, sono a costo zero e l’unica cosa che serve?”.

Piergiorgio Morosini (togato di Md) ha criticato “il metodo della decretazione costante e frammentaria”.

E ha avvisato:

“Il disegno di legge sulla responsabilità civile che va in aula al Senato è zeppo di ombre e di insidie. E se la valutazione del fatto e delle prove diventano oggetto di risarcimento civile, il risultato sarà ridurre il giudice a conformismi e soggezioni”.

Sarebbe una limitazione nei fatti dell’autonomia e dell’indipendenza del magistrato. Una lunga lista di avvertimenti e critiche seppure fatte con garbo e rispetto istituzionale.

Il ministro Orlando ha risposto picche al pg Ciani sul pensionamento anticipato (“è una misura giusta, bisogna rinnovare”) e ha invitato tutti a guardare “l’insieme dei provvedimenti”. I decreti ma anche i disegni di legge delega.

“Si fa quello che si può, ma dovete tutti valutare che operiamo nelle circostanze date. Non siamo nell’iperuranio”. Come dire: signori, faccio il possibile ma di più non posso.

Ad esempio, spiegano collaboratori del ministro, “il decreto sulla responsabilità civile sarà una mossa a tutela della magistratura, per evitare assurdità come quelle venute fuori in commissione al Senato”. Ma questo è. Il premier preme. Il ministro attutisce. Alla fine resta l’unico e più importante alleato delle toghe. Il resto lo vedremo cammin facendo. Soprattutto nelle aule di giustizia. Dove i cittadini, se avranno un po’ di memoria, misureranno l’efficacia delle osannate riforme.