Giardiello killer dell’anti magistratura. Marco Travaglio vede la metastasi

Pubblicato il 10 Aprile 2015 12:14 | Ultimo aggiornamento: 11 Aprile 2015 11:58
Giardiello killer dell'anti magistratura. Il lucido delirio di Travaglio

Giardiello killer dell’anti magistratura nella tesi di Marco Travaglio

ROMA – “Come se ad armare la mano omicida fosse stata la polemica sulla responsabilità civile e le ferie dei giudici, come se quel magistrato fosse stato ucciso in quanto simbolo dell’indipendenza delle toghe…”. Quando Massimo Gramellini sta scrivendo queste righe per La Stampa, quando immagina una realtà paradossale (come se…), quando ricorre all’iperbole per dire dell’enormità improbabile di un Claudio Giardiello killer della magistratura tutta e in quanto tale e non solo del povero Fernando Ciampi, probabilmente non sa che la realtà supera la sua iperbole.

Probabilmente negli stessi minuti Marco Travaglio sta scrivendo per Il Fatto l’articolo in cui si rileva la “stessa radice culturale” tra l’ammazza-ammazza di Giardiello e la legge sulla responsabilità civile dei magistrati e il Parlamento che votò Ruby nipote di Mubarak e la (peraltro indegna e ridicola) manifestazione dei parlamentari Pdl a sostegno di Berlusconi sulla scalinata del Palazzo di Giustizia di Milano. Il titolo dello scritto di Travaglio “Chi spera e chi spara” traccia un parallelismo, insomma per dirla chiara secondo Travaglio Giardiello è la cellula impazzita e omicida di una metastasi anti giudici e anti legalità che si è impadronita del paese, della politica e delle istituzioni.

“Come se quel magistrato fosse stato ucciso in quanto simbolo dell’indipendenza delle toghe e non in quanto bersaglio di una resa dei conti maturata nella testa di un uomo ossessivamente ripiegato sui fattacci suoi…Poiché la lista dei morti è completata da un avvocato e da un socio dell’assassino, se ne deve forse dedurre che anche le categorie degli avvocati e dei soci avrebbero diritto di lamentare atteggiamento persecutorio nei loro confronti?”. Dovrebbero bastare argomenti e parole razionali e in fondo ovvi, dovrebbero bastare le considerazioni di Gramellini ma in fondo anche di ogni persona di buon senso.

Dovrebbero, ma non bastano. L’uso, l’abuso, l’assuefazione all’avvelenamento parolaio della vita pubblica, la condizione di dipendenza dalla tossina dell’ideologia pret a porter, pronto uso e pronto incasso di consenso scattano. Scatto automatico e anche scatto programmato, voluto. Quello di Travaglio: Giardiello ha sparato e ucciso un magistrato perché dei magistrati la politica in Italia non è amica non è certo un delirio. Ma non è un delirio e neanche un raptus, è un piano, di più un modo di stare al mondo.

Un modo a suo modo feroce, come ancora una volta scrive Gramellini: “Mentre Colombo commentava un fatto di cronaca nera per sottolineare il disagio della magistratura, altri trasformavano il truffatore omicida in un prodotto della crisi economica. E così si perdeva di vista che ad uccidere e morire non erano stati dei simboli ma degli esseri umani”.

Colombo, Gherardo Colombo noto e bravo magistrato. Era stato lui il primo a parlare di “brutto clima per i magistrati” pochi minuti dopo la strage di Giardiello. Ma Colombo parlava sotto dolore personale e sotto una sorta di choc intellettuale, è il suo Palazzo, il giudice ucciso era suo amico. Travaglio no, Travaglio ci ha pensato. Ci ha pensato a come mettere in carico quei tre morti al “sistema”. E’ stata una agevole scelta giornalistica.