Corinaldo, innocente cercasi

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 10 dicembre 2018 11:19 | Ultimo aggiornamento: 10 dicembre 2018 11:19
Corinaldo, innocente cercasi per la storia della discoteca

Corinaldo, innocente cercasi

ROMA – Corinaldo, la discoteca, i gestori, i padroni del locale. E chi autorizza le serate, chi dà il nulla osta. E il sistema per cui entri non solo a biglietto ma anche a convocazione.

E il sistema per cui la star c’è, certo che c’è. Ma anche no e i ragazzi stazionano a lungo dentro e consumano. E il consumo di alcol, di fatto d’ordinanza. E il consumo mica solo di alcol, d’ordinanza anche quello. E la discoteca come sistema per far soldi, ovviamente. In ogni modo far soldi, come fosse ovvio anche questo.

E i ragazzi, gli adolescenti che ci stanno, anzi esigono sia così: una sorta di zona franca, affrancata da ogni regola e misura. E i genitori che mandano, non sanno dire di no a questi che hanno 11, 12, 14, massimo 16 anni. E il resto del paese tutto (paese Italia) che dalle sue emittenti istituzionali e di comunicazione rovescia tonnellate di retorica e melassa. “Non deve succedere” ordina lo Stato e il governo. Ma succede, è successo. E quel collettivo e alla fine anche auto assolutorio piangere lacrime di plastica sul sangue versato. Quel rituale senza coscienza di se stessi e dei fatti che recita immancabilmente: ora giustizia! Della giustizia, ammesso che arrivi, i morti non sanno che farsene.

Corinaldo, innocente cercasi. Non innocenti di fronte alla legge, che alla fine lo saranno in molti se non tutti o quasi e comunque non spetta e non compete a chi guarda far processi penali. Innocente cercasi di fronte alla responsabilità negletta, dribblata, omessa, scansata. Innocente cercasi di fronte all’eventualità di guardarsi allo specchio appunto delle proprie responsabilità civili. innocente cercasi di fronte a se stessi.

Questa innocenza non ce l’hanno quelli che riempiono discoteche e locali (mica solo quello del dramma) ogni sera e ogni giorno trattando la sicurezza e le regole come impicci. Questa innocenza non ce l’ha chi in nome dello “stiamo lavorando” assolve se stesso da ogni cautela e obbligo di responsabilità verso il prossimo. Quanti sono a non avere questa innocenza? Nell’Italia incattivita ormai la maggioranza, se non quasi tutti. L’alibi generale è: se rispetto tutte le regole chiudo.

Questa innocenza non ce l’hanno le autorità, le mille autorità che presiedono, vigilano, dispongono. E che in realtà non lo fanno. Un po’ perché non ce la fanno, un po’ perché la nostra cultura prevede occhiuta vigilanza sulle carte e largo teniamo tutti famiglia nelle cose e molto perché vigilassero e controllassero davvero, troppo dovrebbero chiudere, la gente si ribellerebbe.

Questa innocenza non ce l’hanno neanche le vittime, gli adolescenti che accettano e non rovesciano il mood e il copione che prevede e cerca non solo e certo la trasgressione (ogni generazione lo fa). Quel che più si cerca è uno sballo, una sospensione dell’io auto cosciente che parte dal bicchiere di alcool e sale su, sale, permane, pervade. Non c’è innocenza in questo abdicare persino dal trasgredire.

Questa innocenza non ce l’hanno i genitori che non si manda un bambino o una bambina a un concerto in discoteca. E non perché si può morire, perché non si manda e basta a 12/13 anni.

Questa innocenza non ce l’ha in qualche modo l’Italia tutta, quella in cui viviamo, noi. Per decenni e decenni concerti ovunque, stadi affollati, spianate ricolme di gente e per decenni discoteche e discoteche e giovani e musica e droghe varie. Ma mai a nessuno per decenni veniva in mente di spruzzare spray e panico e mai a nessun circuito veniva in mente di considerarlo una…pessima moda. Innocente cercasi, invano.