Coronavirus e 1 maggio: ma ‘ndo vai, se il lavoro non ce l’hai?

di Giovanni Valentini
Pubblicato il 30 Aprile 2020 11:03 | Ultimo aggiornamento: 30 Aprile 2020 11:03
Coronavirus e 1 maggio festa dei lavoratori: ma 'ndo vai, se il lavoro non ce l'hai?

Coronavirus e 1 maggio: ma ‘ndo vai, se il lavoro non ce l’hai? (Foto d’archivio Ansa di un primo maggio a Mosca)

ROMA – Per la prima volta dal ’46, non abbiamo potuto festeggiare quest’anno l’anniversario della Liberazione a causa dell’epidemia e non potremo festeggiare neppure il prossimo 1° Maggio.

La nota amara di Giovanni Valentini è in questo editoriale, pubblicato dalla “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Bari.

E non solo per il lockdown imposto dall’emergenza sanitaria, quanto per gli effetti che questa ha prodotto sull’occupazione, provocando anche un’emergenza economica e sociale.

Il lavoro non c’era prima del coronavirus e purtroppo ce ne sarà ancora meno dopo.

Il blocco pressoché totale della produzione, la chiusura delle attività commerciali e il calo dei consumi, hanno messo sulla strada masse di lavoratori in tutto il mondo.

Negli Stati Uniti, si calcola che in cinque settimane la pandemia abbia causato oltre 26 milioni di disoccupati; l’Unione europea ha dovuto stanziare già un fondo di 100 miliardi per cercare di contenere il fenomeno.

E Confindustria reclama 15 miliardi entro aprile per garantire liquidità alle imprese.

Ma nessuno sa e può dire al momento quanto durerà la recessione, come se ne uscirà e quando si potrà a invertire la tendenza.

La prospettiva di una lenta, lunga e graduale ripresa dell’economia globale non autorizza previsioni ottimistiche.

E comunque, è chiaro che non torneremo presto ai livelli precedenti dei redditi e dei consumi.

Anzi, la diffusione e la violenza della pandemia costringeranno la popolazione della Terra, compresa quella dei Paesi più progrediti, a ridurre il proprio grado di benessere e a intraprendere la strada di una maggiore sobrietà.

In questo scenario disastroso, tuttavia, il contraccolpo suscitato dal coronavirus è stato quello di accelerare fortemente la transizione verso il digitale, in particolare in un Paese come il nostro.

Inducendo chi era più attardato a scoprire e utilizzare lo smart working, l’home banking, l’e-learning, l’e-commerce, insomma la rete e i canali elettronici.

Il giorno in cui usciremo finalmente da questa crisi, ne usciremo tutti più tecnologicamente evoluti.

E allora, è proprio da qui che bisogna ripartire per immaginare un sistema economico e un’organizzazione sociale più avanzati, concependo magari nuovi mestieri e nuove funzioni a beneficio delle generazioni più giovani.

Quando si parla di stanziamenti statali o europei, si sente parlare di cifre imponenti come i 540 miliardi di euro già stanziati dall’Ue per la ripresa o i 1.500 miliardi del “recovery fund” richiesto dall’Italia e da altri Paesi dell’Europa meridionale.

Ma si parla poco o niente della destinazione di questi soldi, degli strumenti da utilizzare e degli obiettivi da raggiungere.

Il rischio, perciò, è che una tale pioggia di denaro possa disperdersi in mille rivoli e risultare alla fine inefficace o addirittura controproducente, come un’alluvione sulla campagna dopo un periodo di siccità.

Per quanto riguarda più direttamente l’Italia, troppo spesso si dimentica che per la nostra Costituzione il lavoro, indicato nella prima riga dell’articolo 1 come il fondamento della Repubblica, viene prima di tutto, perfino della salute che pure riguarda il diritto alla sopravvivenza.

E viene prima perché, senza lavoro, non si sopravvive né sul piano economico né su quello della condizione umana.

A parte la casta dei rentiers – cioè dei capitalisti che vivono di finanza e di rendita, manovrando il denaro e magari speculando sulle esigenze primarie della società – gli uomini e le donne hanno bisogno di lavorare per guadagnarsi da vivere, per sé e per le proprie famiglie.

Ma hanno bisogno anche di svolgere un ruolo all’interno della collettività, per rapportarsi con gli altri e riconoscersi reciprocamente.

Occorre, dunque, un grande sforzo di riorganizzazione produttiva, per rendere le aziende “modulari” e “convertibili”.

Una svolta nelle relazioni industriali, per coinvolgere i dipendenti nella gestione e favorire una maggiore flessibilità anche negli orari e nei turni.

Una riconversione ecologica dell’economia, per ridurre le disuguaglianze e accrescere l’equità come base della convivenza.

Non si tratta di fare una rivoluzione per sovvertire “l’ordine sociale”, bensì di riformarlo in senso progressista in modo da renderlo più giusto ed equilibrato.

E naturalmente, per salvaguardare la tenuta della democrazia. Il “lavoro nero”, il lavoro precario o saltuario, lo sfruttamento, la sottoccupazione e la disoccupazione non giovano evidentemente all’assetto di una società moderna e civile.

Sono fenomeni che appartengono ad altre epoche storiche, a quella dello schiavismo o a quella del feudalesimo medioevale.

Oggi, nella società tecnologica post-coronavirus, è necessario ripristinare la dignità del lavoro e il senso di appartenenza a una comunità, attraverso un rinnovato sistema dei diritti e delle garanzie.

Se non potremo festeggiare il prossimo 1° Maggio in piazza, cerchiamo almeno di celebrarlo virtualmente nell’agorà politico e sindacale, nei circoli culturali, sulle piattaforme dei social network.

L’unico modo per onorare adeguatamente la ricorrenza è quello di mettere in campo idee, proposte, soluzioni innovative per tutelare e promuovere il lavoro come fondamento della Repubblica nel segno della Costituzione.

È questa la sfida più grande che la pandemia lancia, in Italia e nel resto del mondo, per il futuro dell’umanità.