Coronavirus e responsabilità: da oggi questo è l’imperativo categorico

di Bruno Tucci
Pubblicato il 3 Giugno 2020 20:00 | Ultimo aggiornamento: 3 Giugno 2020 20:00
Coronavirus e responsabilità: da oggi questo è l’imperativo categorico

Coronavirus e responsabilità: da oggi questo è l’imperativo categorico

Coronavirus e responsabilità: da oggi questo è l’imperativo. Ora tocca a noi. Da oggi siamo di nuovo liberi di andare in lungo e in largo per l’Italia, ma proprio per questo dobbiamo usare tanta prudenza per non tornare al passato di cui non vogliamo avere nemmeno un ricordo. “Ripartiamo uniti con solidarietà e coraggio” ammonisce il Capo dello Stato parlando a Codogno, uno dei paesi simbolo della drammatica esperienza vissuta dagli italiani.

Dovrebbe essere un monito per tutti, ma principalmente per i politici che, eletti dal popolo, dovrebbero dare il buon esempio. Ed invece, anche nella ricorrenza del sessantaquattresimo anniversario della Festa della Repubblica, non hanno smesso di litigare e di polemizzare.

In piazza è scesa la destra non solo a Roma, ma in altre 70 città del Paese. Per criticare il governo, attaccare il premier, dimostrare gli errori compiuti ai tempi del coronavirus. Si è scatenato il finimondo. Per due motivi: il primo di carattere nazionalistico. Non puoi organizzare una manifestazione nel giorno in cui l’Italia, per razionalità, rinuncia a festeggiare la Repubblica.

Secondo, perché in specie a Piazza del Popolo a Roma si sono violati tutti i principi di sicurezza contro il Covid19. Grande assembramento di folla, poche mascherine, reso nullo il distanziamento fra i tanti presenti.

A queste critiche Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno replicato subito con parole dure. In primo luogo perché in democrazia si è liberi di manifestare il proprio dissenso. Ci mancherebbe! Se fosse vero il contrario ci troveremmo dinanzi ad uno Stato che detta legge e non vuole che altri espongano le proprie idee.

Secondo perché chi ci punta il dito contro non può farlo, perché allora dovremmo ricordare quel che è avvenuto il giorno della liberazione di Silvia (o Aisha) e in altre diverse occasioni in cui questi divieti sono stati calpestati. Non è finita qui, perché il braccio di ferro è continuato per tutto il giorno ed anche dopo.

Stamane, per fare un esempio, c’è un giornale che titola “destra virus” a cui si risponde con “un avviso di sfratto per il governo Conte”. Insomma, in un periodo in cui dovremmo essere uniti e lavorare tutti per dimenticare quel maledetto virus, ogni occasione è buona per lanciare accuse contro gli avversari che molti considerano “nemici”.

Così affiorano le divisioni di sempre con la destra che tuona contro la migrazione (gli sbarchi sono aumentati del 50 per cento), le promesse mancate, i tanti nuovi poveri che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena.

Da sinistra si replica piccati: “Se foste stati voi al governo, oggi l’Italia piangerebbe lacrime amare e non potremmo dire di essere liberi come lo siamo diventati da oggi.”. Diventa facile rammentare il passato e le macerie lasciate sul campo dalla coalizione Lega-5 Stelle. Mentre nel Palazzo si litiga e ci si insulta, i problemi rimangono sul tappeto ed è urgente risolverli subito.

“Occorrono 50 miliardi domani o si muore”, è il grido di allarme delle imprese”. “Il danaro arriverà presto”, si risponde, “perché noi siamo riusciti a riallacciare un dialogo con l’Europa che ha promesso soldi a fondo perduto”. “Siamo ostaggio della burocrazia”, riprendono gli oppositori”. “Ma voi, quando eravate al governo, siete stati in grado di risolvere questo annoso problema?”.

Ecco dunque l’Italia che festeggia oggi “Il libera tutti”. Vane diventano le parole del Capo dello Stato, si perdono nel vuoto gli inviti alla coesione e al lavoro comune. Niente. E’ tutto come prima. Meno male che ci sono gli italiani, i quali la pensano in maniera diametralmente opposta.