Corriere della Sera: come sarebbe finita se Angelo Rizzoli sr avesse venduto prima?

di Cesare Lanza
Pubblicato il 26 Marzo 2015 7:32 | Ultimo aggiornamento: 25 Marzo 2015 21:49
Corriere della Sera: come sarebbe finita se Angelo Rizzoli sr avesse venduto prima?

Cesare Lanza si chiede: come sarebbe finita al Corriere della Sera se Angelo Rizzoli sr avesse venduto prima?

ROMA  – Ho finito di leggere il libro, edito da Mondadori, che i due cugini Nicola Carraro e Alberto Rizzoli hanno dedicato al loro leggendario nonno Angelo Rizzoli, fondatore della casa editrice che arrivò a primeggiare in Europa.

Avevo già scritto qui qualcosina, alcuni giorni fa, una lieve stroncatura, scusandomi perché avevo avuto l’impulso di esprimere la mia delusione, ma dopo aver letto soltanto cinquanta pagine. Ora confermo la delusione. E anche il disagio: perché con Nicola e Alberto ho avuto rapporti sporadici, ma sempre amichevoli, e tutti e due, miei coetanei, mi sono umanamente molto simpatici.

Non è gentile, forse, scrivere in modo negativo del lavoro di persone amiche, ma spero che Nicola e Alberto considerino la mia recensione come un gesto schietto di rispetto per la loro intelligenza. Del resto, il libro ha avuto una formidabile promozione in televisione in tutti i programmi televisivi (in scena sempre Nicola, mai Alberto): che apporto potrei dare, nel mio modesto blog, se non attraverso il valore di una estrema, anche se rude, sincerità?

Sono indispensabili due riflessioni. La prima: di fronte all’inconsistenza del libro, un’attenuante formidabile c’è. Ci sarebbe voluto un Thomas Mann, per raccontare la storia grandiosa della casa editrice Rizzoli, del protagonista e fondatore Angelo Rizzoli, il Commenda, ma anche della sua famiglia, dei figli, degli eredi che la distrussero, dei banchieri, degli avventurieri, degli uomini politici e dei manager che prima la distrussero, e poi della cosiddetta alta finanza che conquistò rapinosamente la casa editrice dando al bel mondo, ipocrita e distratto, l’impressione di averla generosamente salvata.

Vero è che i due cugini dicono di voler fermarsi al racconto dell’epopea del nonno, senza entrare nel cuore della disastrosa decadenza (pur facendovi ampie allusioni nelle ultime pagine), ma a mio parere un libro sulla Rizzoli non doveva neanche essere concepito, immaginandolo privo della tragedia conclusiva. Seconda riflessione. Mi sarebbe piaciuto leggere qualche riferimento al senso, ovvero al non senso, della vita. Non voglio minimamente criticare i due cugini. Anzi: mi costituisco.

Alla mia età, che poi è uguale alla loro, sono quotidianamente colto dall’urgenza di provare a tirare le somme, a fare qualche bilancio. Nel mio piccolo, la conclusione è lucida e amara: ho largamente sprecato la mia vita, ho sciupato il meglio, mi sono scioccamente deliziato con il peggio.

Caro Nicola, caro Alberto: appartenendo a una grandissima famiglia, e fortunati eredi di un uomo eccezionale, avevate la possibilità di ostacolare il destino e gli eventi che hanno portato alla capitolazione della grandiosa casa editrice. Non voglio essere crudele, non ne avrei alcun diritto e il pulpito sarebbe ridicolo, ma direi che non ci avete neanche provato.

Perché? Avete un’infinità di motivazioni e di attenuanti, essendo la famiglia braccata, un minuto dopo la scomparsa del Commenda, da lupi affamati, iene senza scrupoli, ladroni in gessato e un’infinità di nemici, quasi sempre camuffati, privi di ogni pur minimo scrupolo.

La famiglia Carraro, senza opporsi e senza lottare, si è defilata, optando – e chi potrebbe criticare la scelta? – per la salvezza del patrimonio.

Alberto, in maggiore difficoltà, si è rovinato e ha pagato duramente anche i peccati non suoi, quelli legati alle velleità del fratello Angelone (le pagine legate a un’analisi psicologica, da fratello a fratello, sono le più toccanti).

Questa è la storia, anzi il racconto che mi aspettavo. Penso che ogni lettore se l’aspettava, da personaggi come Nicola e Alberto. Invece, i due cugini civettano tra di loro, vellicandosi con una corrispondenza che si apre sempre con un “caro Albert”, a cui corrisponde immediatamente – non sempre – un “caro Nik”. Sembra un giochetto salottiero: molto interessante l’infinità di piccoli episodi, che sarebbero futili e irrilevanti se non appartenessero alla saga con quel nome.

Nik ha il sopravvento, si allarga restringendo gli spazi per Albert, che appare più sensibile. Mi sarebbero piaciuti molto anche giudizi duri e crudi sui personaggi (i lupi, le iene, gli avvoltoi…) che hanno contribuito a distruggere, dall’interno e dall’esterno, ciò che il Cummenda aveva prodigiosamente costruito. E che, prima della fine, aveva avuto la tentazione di vendere, forse fiutando la catastrofe: questo episodio è uno dei pochi, veramente storicamente interessante.

Le lacune principali sono due: poco si sa, poco è raccontato della formidabile ascesa del fondatore Angelo Rizzoli. E niente è detto su figure come Gianni Agnelli, Angelo Moratti, Giulia Maria Crespi – i proprietari del Corriere della sera, che passarono mano. Né di Calvi, Ortolani, Bruno Tassan Din e tanti altri. Quanto allo stile del racconto familiare, non mi piace il tono sempre dolciastro ed elusivo, fa male al mio diabete! Chiedo scusa umilmente per la severità. Insomma, è andata così e sinceramente, col cuore, mi dispiace.