Corruzione, pozzo senza fondo. E si parla del Rolex di Lupi

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 21 Marzo 2015 7:36 | Ultimo aggiornamento: 20 Marzo 2015 20:39
Corruzione, pozzo senza fondo. E si parla del Rolex di Lupi

Corruzione, pozzo senza fondo. E si parla del Rolex di Lupi

ROMA – Giuseppe Turani ha pubblicato questo articolo anche su Uomini & Business col titolo: “Uno scandalo a testa”.

C’è qualcosa di strano nella realtà italiana. Sotto diversi punti di vista. E’ dal 1992, ad esempio, che si arrestano corrotti, tangentari e clientele varie. Ma sembra di aere a che fare con un pozzo senza fine. Quasi ogni giorno si ha notizia di nuovi casi, di nuove ladrerie. Di nuovi insospettabili che fanno man bassa dei soldi pubblici.

E, naturalmente, viene il sospetto che non basti il codice penale per fare dell’Italia un paese in po’ meno corrotto. E infatti penso che dal 1992 a oggi il bottino della corruzione si sia addirittura allargato invece di restringersi. E questa, se vogliamo, è la prova migliore che affidare la lotta alla corruzione solo ai magistrati e al codice penale non è la soluzione giusta.

In realtà, quello che servirebbe, e che non si fa mai, è l’insieme di due riforme. La prima, molti semplice: quando uno diventa ministro decade dal ruolo, eventuale, di parlamentare e quindi non ha più alcun “scudo” verso gli inquirenti. Si era fatta anni fa, ma credo che se la siano già prontamente rimangiata.

La seconda riforma riguarda il sistema degli appalti. Le cosiddette “stazioni” appaltanti sono un’infinità e quindi non controllabili per definizione, a meno di non impiegare l’esercito o i caschi blu dell’Onu. Da anni tutti segnalano la necessità di ridurle e, insieme, di semplificare le norme. Lo si dice in occasione di ogni scandalo, ma poi non succede niente. Il sospetto che la politica voglia l’attuale confusione è grande perché questa confusione è appunto quella che consente a tanti di arricchirsi e ai partiti, magari, di finanziarsi.

In un certo senso, quindi, confusione amministrativa e corruzione sono legate all’attuale configurazione politica dell’Italia: un paese con tanti clan di potere in lotta strenua fra di loro, e quindi perennemente bisognosi di denaro. Una seria riforma obbligherebbe molti di questi clan a sciogliersi e i suoi membri dovrebbero andare a lavorare. Prospettiva orrenda Meglio stare in politica, magari nel ruolo modesto di assessore di un piccolo comune, ma con il potere di orientare qualche buon appalto.

Non so, francamente, come si possa sciogliere questo intreccio, questo essere la corruzione tutt’uno con il sistema politico così come è oggi configurato.

Ma le anomalie italiane non finiscono qui. Ricerche recenti (della R&S di Mediobanca) dimostrano che ci siamo persi quasi tutte le grandi aziende italiane. Alcune hanno sempre avuto sede all’estero (pur distribuendo soldi e lavoro in Italia), altre hanno scelto di emigrare di recente. Da anni nessun grande gruppo straniero viene a aprire una filiale qui da noi. E, con un riflesso tipicamente italiano, scatta subito l’invettiva populista contro i padroni che scappano. Non ci si domanda mai perché sono scappati quasi tutti e perché nessun altro arriva. Negli anni Settanta, il Censis di De Rita aveva immaginato che l’Italia potesse diventare il “fabbricone” d’Europa. Invece siamo diventati una specie di deserto con disoccupazione doppia rispetto alla media europea.

E non abbiamo più, di fatto, un solo grande gruppo manifatturiero.

Sono ancora in pista, però, quelle 4-5 mila aziende del “Quarto Capitalismo” (di dimensioni medie), ma tutti sono lì a fare pressioni perché diventino “grandi”, senza capire che sono vitali proprio perché hanno quelle dimensioni. E quindi sono un po’ al riparo da Landini e soci che cercano soprattutto bersagli grandi e visibili.

In un paese serio si discuterebbe di queste cose e non del Rolex di Lupi.