Cosa fare della Rai

di Fabio Colasanti
Pubblicato il 7 gennaio 2018 7:55 | Ultimo aggiornamento: 6 gennaio 2018 19:05
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Il canone Rai

La soppressione del canone RAI solleva almeno due problemi fondamentali molto diversi scrive Fabio Colasanti su Uomini & Business.

Il primo è un problema di efficacia nella gestione degli incassi dello stato e di equità fiscale. Sopprimere le piccole tasse con un gettito basso è una cosa che tutti raccomandano e che tutti i governi dicono di voler fare (ma pochi l’hanno fatto).   Permette di concentrare le risorse dello stato sulla gestione delle grosse tasse e di migliorare l’efficienza della lotta contro l’evasione.   Per di più, il finanziamento del servizio pubblico televisivo attraverso la fiscalità generale (un trasferimento dal bilancio dello stato) è una maniera equa di applicare una tassa che tutti devono pagare.

Di solito le televisioni pubbliche preferiscono avere una tassa di cui disporre direttamente piuttosto che un trasferimento dal bilancio dello stato che potrebbe variare con i cambi di governo.   Per questo motivo, dove il finanziamento della televisione pubblica viene dal bilancio dello stato, il livello del trasferimento è fissato per molti anni, in maniera da dare stabilità al funzionamento della televisione pubblica.    In Italia va notato che già oggi la RAI non riceve la totalità di quanto incassato sulla base del “canone”, ma solo una parte fissata dal governo/parlamento.

Da questo primo punto di vista la soppressione del canone Rai risponde a delle considerazioni che considero giuste.   Il “canone” esiste in circa due terzi dei paesi dove c’è una televisione pubblica, mentre negli altri è finanziato da trasferimenti dal bilancio dello stato.

Il secondo problema riguarda invece la gestione e le finalità del servizio pubblico.   Il finanziamento attraverso la pubblicità spinge le televisioni ad aumentare l’audience, cosa che quasi sempre si raggiunge abbassando il livello dei programmi.   Il prezzo della pubblicità dipende dall’audience dei programmi e quelli culturali, di istruzione o di giornalismo investigativo hanno audience basse.   Le televisioni del servizio pubblico ricevono risorse pubbliche in tutti i paesi proprio per permettere loro di non dipendere dalla pubblicità e di offrire programmi con un contenuto culturale più alto.    In alcuni paesi, la contropartita del finanziamento pubblico è il fatto di non avere accesso alla pubblicità (caso, per esempio, della BBC).

Sarebbe un grave errore se l’abolizione del pagamento del canone fosse accompagnata da un maggior finanziamento della Rai attraverso la pubblicità.   Questo equivarrebbe quasi ad un privatizzazione surrettizia, visto che la RAI dovrebbe comportarsi in tutto e per tutto come una televisione commerciale.   Io sarei favorevole ad aumentare la parte del canone che va alla RAI e a diminuire ancora di più il ricorso alla pubblicità.

Nel 2006, il governo Prodi aveva elaborato un progetto di riforma della Rai (il ministro responsabile era Paolo Gentiloni) che non fu mai discusso dal Parlamento.    Prevedeva la concentrazione del servizio pubblico in RAI 1 con RAI 3 trasformata in una televisione regionale.   RAI 2 avrebbe dovuto essere venduta sul mercato.   Al tempo stesso, si sarebbero imposti anche in Italia dei limiti alla concentrazione dei media; limiti simili a quelli che esistono in quasi tutti i paesi industrializzati.   I nuovi limiti avrebbero imposto anche Mediaset una riduzione del suo perimetro.   Nel piano elaborato dal governo Prodi, la Rai avrebbe avuto il canone, ma non avrebbe più avuto l’accesso alla pubblicità.

In ogni caso è strana la proposta di sopprimere il canone RAI poco dopo aver fatto un’operazione molto complessa e che ha preso tanto tempo per inserirlo nella bolletta elettrica.   Operazione che ha permesso il recupero della forte evasione che c’era su questa tassa.

È legittimo chiedersi di che tipo di televisione pubblica abbiamo bisogno.   È possibile che una discussione sul tema porti alla conclusione di non aver bisogno di una televisione pubblica delle dimensioni della RAI.   Ma l’abolizione del canone RAI, se legata ad un aumento dell’accesso al mercato della pubblicità televisiva, è una misura di grossa portata che, anche al livello del Partito Democratico dovrebbe essere presa solo dopo una ampia e approfondita discussione e dopo una decisione esplicita dei suoi organi dirigenti.