Democrazia, più forte del populismo?

di Mario Lenzi
Pubblicato il 16 Ottobre 2009 20:02 | Ultimo aggiornamento: 2 Novembre 2009 19:10

Con caparbia insistenza, il presidente del Consiglio sostiene che gode del consenso del popolo e che a questo direttamente si rivolgerà con un referendum, se la magistratura e l’opposizione, anche quella interna, continueranno a disturbarlo.

Ha paura dei processi e per sottrarsi a sentenze di condanna, dice che prenderà il toro per le corna, cercherà di modificare la Costituzione. Anche il suo maggiore ispiratore, l’ideologo Umberto Bossi, sostiene in continuazione che il popolo è con lui, che i Galli possono di nuovo conquistare Roma.

Questo ricorso al popolo come massa indistinta di consensi, è una costante di chiunque è infastidito dalle democrazia. La fiducia nel voto popolare è stato uno dei dogmi dei partiti di sinistra. Le conseguenze negative del suffragio universale non sono state mai considerate, anche per una inestinguibile (e spesso cieca) fiducia nell’intelligenza umana.

In ben altra misura ne sono state consapevoli le forze conservatrici. Una nozione da loro acquisita a tutti i livelli, anche quello scolastico, è questa, che più largo è il suffragio, più larga è la massa degli impreparati e degli inesperti, e più si dà possibilità alle destre. Fra democrazia e reazione, prevale il “bonapartismo”, cioè la presentazione della destra in forme moderne e pseudorivoluzionarie, rozze ma efficaci nel violento linguaggio.

Quando Luigi Bonaparte vuol diventare Napoleone III, chiama il popolo francese a votare per lui. Fino a che votavano solo i ceti alti, non aveva spazio. Ma quando si passa al suffragio popolare, prende una maggioranza schiacciante di voti. Il potere politico, come fu rilevato già nell’Ottocento con significativa coincidenza, dal pensatore simbolo del liberalismo Benjamin Constant de Rebecque e dal teorico simbolo del comunismo Carlo Marx, non sta nei parlamenti.

Sia l’uno che l’altro furono del parere che il potere politico sta di fatto nelle mani di un “comitato” che amministra gli interessi della classe dominante. Constant temeva e Marx auspicava che questo potere venisse abbattuto dal suffragio universale, il voto a tutti. Timore e auspicio che poi si sono rivelati infondati. Il vero potere sta nella ricchezza, al riparo dai clamori della politica. Tanto l’hanno capito gli elettori che nei paesi a democrazia avanzata, come Stati Uniti o Svizzera, per metà non vanno nemmeno a votare. E allora, perché bisogna difendere la democrazia se il potere non sta nei parlamenti?

La risposta è già venuta, in un arco di più di duemila anni, dalle anticipazioni di Polibio fino a Montesquieu e a Hannah Arendt. La proprietà è una aspirazione costante della natura umana. Lo Stato è chiamato ad assicurare questo diritto all’individuo e nello stesso tempo deve difendere gli altri dalla sua invadenza.

Chi può garantire questo? Solo la separazione dei poteri dello Stato può assicurare il diritto dell’uno e per quanto è possibile quello di tutti. Ma una condizione è determinante: in Parlamento devono andare gli eletti, non i nominati nelle liste bloccate dal potere. Se i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sono indipendenti e sovrani ciascuno nel proprio ordine, allora si crea un equilibrio nel quale la ricchezza influenza pesantemente quei poteri, ma non li possiede.

Può essere intraprendente ma deve muoversi con moderazione, perché essa stessa ha bisogno di essere credibile presso l’opinione pubblica: se no, non si sviluppa. Può essere un motore, non deve diventare un freno. In uno stato così, non ci saranno certamente colpi di scena rivoluzionari, ma quasi tutti avranno interesse a mantenere la pace interna e ad assicurare, mirando a questo obbiettivo, un lento progresso sociale.

La Legge, cioè il rispetto delle regole, condizionerà la vita di ognuno, Invece, se il Parlamento diventa succube dell’esecutivo e se la magistratura viene screditata o si scredita con le proprie mani, allora l’equilibrio dei poteri non c’è più, le regole saltano, la pace sociale si rompe, il progresso pacifico si arresta. Un apprendista stregone mette la democrazia a rischio più di quanto possa farlo un rivoluzionario.

E allora dobbiamo per questo perdere fiducia nella democrazia? Deplorare il voto delle maggioranze? O non è più giusto riconoscere che, se regge la pace, tutto sommato la democrazia è il migliore dei sistemi possibili?