Desirée Mariottini, quel padre ai domiciliari per commercio di droga

di Lucio Fero
Pubblicato il 29 ottobre 2018 9:14 | Ultimo aggiornamento: 29 ottobre 2018 9:14
Desirée Mariottini, quel padre ai domiciliari e il commercio di droga

Desirée Mariottini, quel padre e il commercio di droga (foto Ansa)

ROMA – Desirée Mariottini, lo scempio di una vita per mano umana. Mano feroce, di una ferocia che solo gli umani sanno praticare. Nessuna altra specie vivente strazia con tale ferocia un suo simile. Scempio di una vita per mano umana.

E, forse, strazio di un’esistenza per inflessibilità di qualcosa che chiamiamo destino. Desirée era innocente, anche del suo destino. Se mai questo che chiamiamo destino esiste davvero. Ma qualcosa sembra aver piegato e torto a forza le linee di una vita fino allo scempio e allo strazio. Qualcosa che richiama qui e adesso le linee della tragedia come i greci della classicità la interpretarono, quel qualcosa che punisce e colpisce, quel qualcosa che, come dirà Dante secoli più tardi, dispone e manda. 

Leggiamo nel testo di Gabriele Romagnoli pubblicato su La Stampa di sabato 27 ottobre (http://www.lastampa.it/2018/10/27/cultura/desire-e-quel-padre-dalla-doppia-morale-EdCOCDndmWkKx2HtPupPQK/premium.html) di circostanze che non conoscevamo. E di cui ci sembra non molti abbiano parlato o ancora saputo. Se ciò che racconta Romagnoli risponde a realtà (non ne abbiamo certezza e controprova e confessiamo una fatica a crederlo possibile), se ciò che Romagnoli riporta come fatti acquisiti (e non c’è peraltro motivo di pensare siano falsi o artefatti)…allora è davvero un qualcosa, chiamatelo destino, che punisce anche sulla pelle degli innocenti. Il destino che punisce colpe che il destino non può perdonare.

Riferisce Romagnoli di un padre, il padre di Desirée Mariottini, che non porta questo cognome perché alla figlia non ha dato il nome. Un padre commerciante di droga, anzi “capo del traffico nella sua zona” (secondo l’accusa che ha portato alla sentenza). E questo non da mala fama o accuse ma da indagini delle polizia e sentenze della magistratura.

Un padre commerciante di droga che, secondo le cronache dei giornali locali (anche il Messaggero https://www.ilmessaggero.it/pay/edicola/desiree_padre_arresti-4064056.html) non voleva sua figlia si drogasse. E quindi dicono che ricorresse “alle maniere forti” per impedirglielo. Al punto, paradossale nella sua tragicità, che Desirée aveva finito per denunciarlo.

Un padre agli arresti domiciliari che, continuano le cronache, avrebbe impartito l’ordine di non far trovare droga a sua figlia nella sua zona nella provincia laziale. E così Desirée comincia ad andare a Roma. Una volta, due volte, più volte. A procurarsi la droga in ogni modo. Fino nel mattatoio di San Lorenzo dove verrà scuoiata della sua umanità e poi abbattuta come un capo di bestiame.

Sul suo corpo, sulla sua vita e intorno al suo cadavere si affannano e accaniscono delinquenti di pelle nera. Ma non nella pelle sta la matrice e la natura dello loro delitto. La loro infamia umana si realizza nell’abusare di quella ragazza-bambina, nello stuprarla e drogarla fino alla morte. Ma comincia prima, la loro truffa violenta e cattiva alla convivenza umana comincia quando si mascherano da bisognosi di aiuto umanitario e invece scelgono (scelgono!) di spacciare, avvelenare la vita altrui. Quando scelgono di essere predatori della società e della gente del passe vin cui sono sbarcati.

Infamia civile oltre che criminale che trova il suo in fondo coerente sbocco con quella frase e quell’ultima scelta: “Meglio lei morta che noi in galera”. Forse Desirée è già morta quando queste parole vengono pronunciate o forse sta ancora morendo. Ma per loro è una cosa più o meno inanimata e comunque quella cosa è preda da nascondere, abbandonare. D’altra parte è in fondo la loro attività quotidiana: non forniscono forse ogni giorno roba che ammala, annulla, uccide? Non è ogni loro cliente uno che ogni giorno, ad ogni passaggio di bustina, gli danno una spintarella verso la morte e poi lo lasciano là?

Delinquenti, predatori di pelle nera. Che non sono soli. C’è anche l’uomo bianco. Certo che c’è. Ha un nome nei racconti dei testimoni e nelle ricerche della polizia. Il nome è Marco, il ruolo e probabilmente il mestiere è quello di portare, procurare le pillole, i medicinali che hanno, se possibile, effetti pari o peggiori della cocaina o del crack. E’ bianco, è italiano. Pensa per così dire alla…logistica. Probabilmente non ha toccato o stuprato Desirée, lui stupra ogni giorno vite umane neanche toccandole le persone, solo fornendo ciò che serve ad annichilirle. Se gli si fosse domandato in un momento della sua routine probabilmente avrebbe risposto con un “Sto’ a lavorà…”. 

E non solo i predatori. A guardare il destino tessere, compiere e ultimare la sua tremenda tela intorno a Desirée una folla di amputati di ogni pietà e responsabilità, una folla di spettatori innocenti di reato e colpevoli di tutto. Quelli e quelle che nel mattatoio-spaccio regolarmente entravano e uscivano. Quelli e quelle che anche in quei tre giorni sono lì entrati e usciti. Quelli che non si sono sorpresi e scossi di una sedicenne che entrava per procurarsi droga. Quelli e quelle che hanno finto e fingono anche a se stessi di aver avuto e di aver paura. Ma che in realtà sono solo acquiescenti, docili all’infamia.

E, cerchi e cerchi più in là, quelli del non si può fare nulla, quelli del non impicciamoci, quelli del ci vorrebbe qualcuno, quelli del non è questa la soluzione e neanche quella…Il destino non bada a spese quanto a scenografia e ama ogni tipo di coro che, ciascuno cantando la sua canzone, sottolinei la complice impotenza umana di fronte al suo spietato compiersi.