Di Maio dovrà cambiar nome al Movimento 5 stelle? Sarà il “Movimento degli impresentabili”. A 5 stelle

di Ama La Sunta
Pubblicato il 24 febbraio 2018 6:00 | Ultimo aggiornamento: 24 febbraio 2018 8:41
Di Maio dovrà cambiar nome al Movimento 5 stelle? Sarà il "Movimento degli impresentabili"

Luigi Di Maio (Foto Ansa)

Il Movimento 5 Stelle dovrà cambiare nome ne il Movimento degli Impresentabili. «Chiederemo di rinunciare alla proclamazione, cosicché tutti i cittadini possano votare serenamente il movimento perché comunque non verranno eletti. Quasi tutte le persone che abbiamo mandato via hanno firmato la rinuncia alla candidatura». Queste le parole che va ripetendo da un mese a questa parte Luigi Di Maio.

Peccato che predica bene, ma non sa di che parla. Oppure lo sa e cerca di aggirare gli elettori…che è pur sempre una strategia politica.

L’associazione Openpolis ha calcolato che  sono stati 53 i parlamentari nella legislatura che si sono dimessi, ma nel 75% dei casi si tratta di rinunce per incompatibilità che quindi non hanno avuto bisogno dell’approvazione delle Camere. Solo 13 volte invece il Parlamento ha accolto le dimissioni di un suo membro, come ad esempio il caso di Raffaele Calabrò (Ncd), diventato rettore dell’università campus bio-medico di Roma, o Massimo Bray (Pd), che si è dedicato a tempo pieno all’Istituto dell’enciclopedia italiana.

Per 13 parlamentari che se ne sono andati, otto sono rimasti in carica. Di questi sette erano stati eletti con il M5s. Il record di tentativi è detenuto da Giuseppe Vacciano, arrivato a Palazzo Madama con Grillo e poi passato al gruppo misto, bocciato per 5 volte.

Openpolis spiega: «La cosa che accomuna molti di questi casi è aver dato le dimissioni per un dissenso dal gruppo di appartenenza. Quindi questi precedenti lasciano immaginare che i candidati coinvolti nei casi, anche se davvero decidessero di dimettersi, probabilmente resteranno in carica per tutta la durata della prossima legislatura». Nemmeno la strada della rinuncia prima della proclamazione invocata negli ultimi giorni da Di Maio regge dal punto di vista giuridico. Infatti l’atto della proclamazione avviene a elezioni concluse, quando «sulla base dei risultati ottenuti da ciascuna forza politica, gli uffici elettorali circoscrizionali e regionali dichiarano quanti e quali candidati sono stati eletti».

In questa fase vengono esclusi solo quelli che incorrono nella legge Severino, cosa che non riguarda i pentastellati. L’unica opzione che resta è quella delle dimissioni, ma solo una volta acquisito il seggio. Ma anche qui, solo per i casi di incompatibilità non è prevista la paletta del Parlamento. In tutti gli altri, serve il semaforo verde delle camere.

Insomma Di Maio al grido di onestá ha fatto l’ennesima figura da bibitaro. Ruolo che gli calza a pennello.