Elezioni 2018. Voto utile? Sarà una delega in bianco

di Giovanni Valentini
Pubblicato il 22 febbraio 2018 6:12 | Ultimo aggiornamento: 22 febbraio 2018 6:21
Il voto utile alle elezioni 2018? Sarà una delega in bianco

Giovanni Valentini

Elezioni 2018. Voto utile o inutile? Si chiede Giovanni Valentini in questo articolo pubblicato da“La Gazzetta del Mezzogiorno” del 21 febbraio 2018. E risponde: Sarà una delega in bianco.

Premesso che ogni voto può essere utile o inutile nell’ottica di chi lo esprime, e che anche l’astensione o la scheda bianca sono manifestazioni legittime nell’esercizio di quel diritto, fin dall’inizio di questa campagna elettorale all’insegna del cosiddetto “Rosatellum” i politici si sono affannati a disquisire e polemizzare sugli effetti concreti di un voto a favore di questo o quel partito. Al di là della rivalità e della competizione, è stata una delegittimazione reciproca se non proprio un gioco al massacro.

Alla luce degli ultimi sondaggi prima del “black-out”, potrebbe risultare “utile” il voto al centrodestra perché l’eterogena coalizione di Berlusconi, Salvini e Meloni sarebbe vicina a conquistare la maggioranza dei seggi; mentre potrebbe rivelarsi “inutile” il voto al Movimento Cinquestelle perché non sarebbe in grado di governare da solo e non intenderebbe fare alleanze. A metà strada, invece, si colloca il PdR, sempre più partito o partitino di Renzi, perché appare assai improbabile che abbia i numeri per l’autosufficienza e sarebbe disposto invece a fare un governo di “larghe intese” o di unità nazionale, almeno con Forza Italia.

A parte il fatto che ognuno di noi esprime il proprio voto in ragione di una convinzione o di un’appartenenza, anche indipendentemente dalle previsioni dei sondaggisti e quindi dagli esiti elettorali, non è detto affatto che una rappresentazione così schematica corrisponda effettivamente alla realtà. Non si va alle urne per fare il tifo come allo stadio.

Il voto cosiddetto “utile” a favore del centrodestra potrebbe anche risultare del tutto “inutile” dopo l’apertura delle urne, per il fatto che quella coalizione appare più che altro un cartello elettorale, destinato probabilmente a rompersi rapidamente a causa delle divergenze fra i partners, come quelle già emerse tra Forza Italia e la Lega: dai vaccini obbligatori al condono edilizio fino alla “flat tax”. E il voto cosiddetto “inutile” ai Cinquestelle potrebbe rivelarsi invece “utile” per contribuire a eventuali “convergenze programmatiche”, come ha ipotizzato lo stesso candidato-premier Luigi Di Maio.

Ecco, dunque, che il valore del voto può dipendere da alcune variabili che oggi il sismografo dei sondaggi non è in grado di registrare: cioè dai rapporti di forza che gli elettori stabiliranno e dalle scelte che successivamente i partiti o i movimenti faranno. Questo porterebbe a dire che il consenso al centrosinistra, dichiaratamente propenso ad allearsi con altre forze politiche, sembra al momento il più “utile” per formare una maggioranza e costituire un governo. Ma, come abbiamo osservato in passato, si tratterà eventualmente di verificare in concreto quale grado di omogeneità, di coesione e quindi di governabilità sarà capace di assicurare un’ipotetica coalizione post-elettorale fondata sull’asse Forza Italia-Pd.

Né appare più trasparente e convincente oggi un’alternativa imperniata sul M5S: non solo per la debolezza del personaggio Di Maio e della sua leadership, ma soprattutto per la linea ondivaga seguita finora. Non c’è dubbio poi che la “rimborsopoli pentastellata”, con lo scandalo dei bonifici non effettuati e degli impegni non mantenuti, ha inferto un duro colpo all’immagine e all’affidabilità del Movimento. Non tanto per il numero dei parlamentari coinvolti e per l’ammontare complessivo degli importi in questione, quanto per la slealtà dei comportamenti nei confronti degli elettori.

Di fronte alla desolazione di un tale scenario politico, verrebbe da dire francamente che qualsiasi voto rischia di essere “inutile”. Anche chi non ha mai aderito alla teoria della Casta, a questo punto deve prendere atto di una degenarazione complessiva del sistema politico, al termine di una campagna elettorale nel segno delle più mirabolanti promesse e delle candidature più impresentabili. Tant’è che perfino l’astensione o meglio la scheda bianca, magari annullata con una croce per evitare brogli o manipolazioni, appare lo strumento più efficace per esprimere il proprio dissenso e la propria protesta.

C’è tuttavia un criterio residuo al quale può attenersi chi voglia attribuire invece un voto più costruttivo, con l’auspicio che possa – appunto – risultare “utile” e servire a qualcosa. Ed è quello di assegnarlo a una delle “coalizioni invisibili”, come qui le abbiamo già chiamate, nell’attesa che un’intesa Forza Italia-Pd o un governo a guida Cinquestelle sia in grado di aggregare una maggioranza stabile ed efficiente. Le premesse purtroppo non sono le migliori, ma – come si suol dire – la speranza è sempre l’ultima a morire.

Si tratta, insomma, di valutare quale prospettiva sia la più idonea, la più affidabile o la meno inaffidabile, per attuare un programma di risanamento e di rilancio dell’economia, in modo da rimettere in moto i consumi interni, la produzione e quindi il lavoro. Lasciamo stare allora le promesse da marinaio che non potranno essere mantenute. Copriamoci gli occhi, la bocca e le orecchie, come le tre scimmiette sagge del motto illustrato giapponese che non vogliono vedere o sentire il male né parlarne. Ma è bene sapere fin d’ora che in ogni caso il nostro voto sarà una delega in bianco.

 

 

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